VANNI E LA RIBELLIONE DEGLI ANIMALI

Quando le malattie infettive furono sconfitte dalla medicina gli esseri umani cominciarono a moltiplicarsi senza controllo e a popolare le parti più remote della terra. E dovunque si muovevano gli uomini, le donne e i loro bambini sorgevano grandi città, autostrade, casette con giardino e supermercati. Le paludi venivano prosciugate, i fiumi deviati, le colline livellate e  le foreste erano rase al suolo per far posto a parcheggi e quartieri residenziali. Le montagne, una vol­ta regno dell'aquila, dell'ermellino e della marmotta, erano solcate dai cavi delle gabinovie e dalle piste da sci.Una parte degli animali, come il cane ed il gatto, si adattarono al­la vita dell'uomo condividendone gioie e tristezze. Altri, come i piccoli uccelli da penna, vennero sterminati. Altri ancora divennero schiavi costretti a passare la loro breve vita in ambienti ri­stretti  e bui per crescere più in fretta e fornire carne tenera ai sempre più esigenti figli dell'uomo.
Ma una parte degli animali da pelliccia finì per popolare le vaste e inospitali pianure del nord, nella tundra dove l'uomo si spinge di rado, per­ché il clima rigidissimo rende la terra ghiacciata tutto l’anno e non adatta all'agricoltura. Cosi la tigre, l'orso, il coniglio delle nevi, il castoro, la mar­motta, che una volta abitavano le fasce temperate della terra, si rifugiarono tutti insieme nel nord dell'Asia, nelle gelide foreste siberiane protetti dal ghiaccio, dalla distanza e dall’assenza di strade.
Ma anche lassù cominciarono i guai. Il fumo delle ciminiere, trasportato per migliaia di chilometri dai venti del sud, spargeva acidi nel cielo e l'acqua dei laghi e dei torrenti, resa acida dalla piog­gia, non era più adatta allo sviluppo delle uova del salmone e del­la trota. I veleni industriali dagli  oceani si diffondevano con le correnti inquinando i mari anche sotto la calotta dei ghiacci eterni Gli insetticidi avvelenavano non solo gli insetti, ma anche i ret­tili, gli anfibi, i pesci, gli uccelli ed infine i mammiferi. Non c’era baia, anche nelle località più remote, dove i pesci non dovessero  vivere in mezzo a  cumoli di plastica, che ormai occupavano l’intero fondo marino. Anche nelle lontane plaghe del nord la vita degli animali si stava pro­gressivamente estinguendo.
Persa ogni speranza di poter convivere con l'uomo, prima che i fiori cominciassero a sbucare sotto la neve, gli animali si riunirono nella tundra ancora gelata e dopo lunghe discussioni decisero di proclamare lo stato di guerra.
Il loro nemico aveva potenti mezzi di distruzione di dominio, ma gli animali sopravvissuti conoscevano bene le leggi della natura, e altrettanto bene le debolezze degli esseri umani. Così, una notte si avvi­cinarono tutti insieme alle città dell’uomo mandando avanti i furetti, rapidi e silenziosi come il vento di primavera.
Ogni furetto aveva in bocca la ghianda dell'albero che cresce in fretta, e scavava con destrezza tra le intercapedini di cemento delle strade e dei marciapiedi, deponendo sul fondo di una fossetta la ghianda che già stava germogliando con l'umido della saliva.
          Quando la mattina dopo Vanni uscì dal suo appartamento in via Ricasoli a Firenze tenendo per mano il babbo, diretto verso l’unica scuola rimasta nel centro antico, nel vano delle scale di casa c'era un grande silenzio, come se fosse domenica e tutti fossero a letto più a lungo del dovuto.
          Vanni aprì il grande portone sulla strada e rimase sen­za parola vedendo che davanti all'uscio c'era un grandissimo tronco di quercia da sughero. L'albero era così grande che per uscire per la strada Vanni dovette insinuarsi tra lo stipite e un  nodo del tronco, che occupava la porta quasi per intero.



         La strada, che conduceva a piazza del Duomo, era tutta occupata dai tronchi degli alberi più grandi e più strani che si fossero mai visti. C'erano baobab, mangrovie, cedri, cottonwoods, platani, querce e mogani enormi dal colore rosato. I rami si protende­vano verso le finestre, e la cima passava di un bel tratto i tetti delle case. Le auto dei residenti, parcheggiate in alcune zone della strada, erano quasi invisibili tra le radici delle piante, stritolate tra le spire di legno nodoso. Non c'era un rumore ma solo il canto degli uccelli che a milioni erano scesi dai boschi del nord e salu­tavano la luce del mattino.
       Dopo qualche minuto i bambini rimasti nel centro di Firenze erano tutti per strada, guardando me­ravigliati con il naso in su. Alcuni genitori si affannavano con picconi e scuri a disseppellire le, auto dal groviglio delle radici degli alberi. Quattro signori di mezza età, stavano abbracciati insieme, piangendo e lamentandosi: "La mia BMV nuova! Il mio fuoristrada comprato a rate due mesi fa!
            Vanni e i suoi amici non si disperarono troppo. Vedendo le grandi liane che pendevano dai rami bassi degli alberi e ricordandosi dei film di Tarzan, si divertivano a ondeggiare da un lato all'al tra della strada sulle teste dei babbi affannati a recuperare qualcosa dalle macerie e dalle radici degli alberi cresciuti nella notte in tutte le strade.
             La vita della città si era fermata a un tratto. Quella mattina non aprirono né le scuole nè le banche, e un grappolo di bambini si in­trufolò nel campanile di Giotto passando dalla finestra del terzo piano.
         A mezzogiorno attirati da un richiamo irresistibile, tutti i bambini di Firenze si ritrovarono nella piazza grande del Comune, che aveva conservato il selciato di lastre di pietra, interrotto qua e là da una bella pianta di tiglio. In fondo alla piazza, sotto alla Loggia dei Lanzi, sulle scale in mezzo ai Marzocchi c'era un’enorme tigre bianca siberiana capo riconosciuto del regno degli animali. Voleva parlare con i bambini dell'uomo, perché i cuccioli di tutti gli esseri viventi sono la speranza del mondo.



La    tigre delle nevi spiegò ai bambini della città che gli animali vo levano vivere in pace con gli esseri umani, purché gli uomini smettessero di distruggere tutti gli altri  esseri viventi e deturpare il mondo. Gli animali, come pegno di pace, avrebbero insegnato ai bambini i segre­ti della natura e delle piante, per far crescere tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno per coprirsi e per mangiare. Le pecore avrebbero continuato a dar lana d'estate, ma volevano tenersi gli agnelli e morire di vecchiaia. I corvi avrebbero cacciato i piccioni dalla testa delle statue e dai tetti dei palazzi, i tori avrebbero arato ma senza pungolo e conservando i testicoli. I cani della prateria avrebbero seminato zucche e fagioli, tante da nutrire uomini e animali. I ca­valli e i ciuchi offrivano trasporti gratuiti , ma senza sella e senza briglie, e non volevano sentir parlare di mortadella. Le lontre suggerivano di fabbricare le pellicce, se proprio le femmine dell'uo­mo non potevano farne a meno, scotennandosi tra di loro. In più, ba­sta con la plastica, il petrolio e gli insetticidi. Come alternativa gli animali avrebbero potutofornire dieci  gechi per caseggiato per mangiare le zanzare lungo i muri.

          Vanni tornò a casa cavalcando un cavallino baio di due anni, e passando di fronte al Comune si fermò a guardare il Sindaco che aveva perso il senno per la paura di dover andare in ufficio a piedi.
            Una parte dei genitori, che passarono alla storia come "gli Irrecupe­rabili", morì di crepacuore per la perdita della propria auto. Ma i bambini della città, con la folla di nuovi amici, uccelli, cavalli, orsi, cinghiali, scimmie e pellicani, passava le ore tra gli alberi e il resto del tempo a leggere e studiare. Il mondo diventò più ver­de e più felice, il mare più azzurro, gli uomini più contenti e così meno cattivi.
           L'unico che ci restò veramente male fu il vecchio amministratore della Fiat che rifiutò da quel giorno di mangiare, e fu tenuto in vi­ta per sempre con endovene di semolino.


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