VANNI E LA
RIBELLIONE DEGLI ANIMALI
Ma una parte
degli animali da pelliccia finì per popolare le vaste e inospitali
pianure del nord, nella tundra dove l'uomo si spinge di rado, perché il clima
rigidissimo rende la terra ghiacciata tutto l’anno e non adatta
all'agricoltura. Cosi la tigre, l'orso, il coniglio delle nevi, il castoro, la
marmotta,
che una volta abitavano le fasce temperate della terra, si rifugiarono tutti
insieme nel nord dell'Asia, nelle gelide foreste siberiane protetti dal ghiaccio,
dalla distanza e dall’assenza di strade.
Ma anche lassù cominciarono i
guai. Il fumo delle ciminiere, trasportato per migliaia di chilometri dai
venti del sud, spargeva acidi nel cielo e l'acqua dei laghi e dei torrenti, resa
acida dalla pioggia,
non era più adatta allo sviluppo delle uova del salmone e della trota. I
veleni industriali dagli oceani si
diffondevano con le correnti inquinando i mari anche sotto la calotta dei
ghiacci eterni Gli
insetticidi avvelenavano non solo gli insetti, ma anche i rettili, gli
anfibi, i pesci, gli uccelli ed infine i mammiferi. Non c’era baia, anche nelle
località più remote, dove i pesci non dovessero
vivere in mezzo a cumoli di
plastica, che ormai occupavano l’intero fondo marino. Anche nelle lontane
plaghe del nord la vita degli animali si stava progressivamente
estinguendo.
Persa ogni
speranza di poter convivere con l'uomo, prima che i fiori cominciassero a
sbucare sotto la neve, gli animali si riunirono nella tundra ancora gelata e dopo lunghe
discussioni decisero di proclamare lo stato di guerra.
Il loro nemico
aveva potenti mezzi di distruzione di dominio, ma gli animali sopravvissuti
conoscevano bene le leggi della natura, e altrettanto bene le debolezze degli
esseri umani. Così, una notte si avvicinarono tutti insieme alle città dell’uomo
mandando avanti i furetti, rapidi e silenziosi come il vento di primavera.
Ogni furetto
aveva in bocca la ghianda dell'albero che cresce in fretta, e scavava con
destrezza tra le intercapedini di cemento delle strade e dei marciapiedi,
deponendo sul fondo di una fossetta la ghianda che già stava germogliando
con l'umido della saliva.
Quando la mattina dopo Vanni uscì dal
suo appartamento in via Ricasoli a Firenze tenendo per mano il babbo, diretto
verso l’unica scuola rimasta nel centro antico, nel vano delle scale di casa c'era
un
grande silenzio, come se fosse domenica e tutti fossero a letto più a lungo del
dovuto.
Vanni aprì il grande portone sulla
strada e rimase senza
parola vedendo che davanti all'uscio c'era un grandissimo tronco di quercia da
sughero. L'albero era così grande che per uscire per la strada Vanni dovette
insinuarsi tra lo stipite e un nodo del
tronco, che occupava la porta quasi per intero.
La strada, che conduceva a piazza del
Duomo, era tutta
occupata dai tronchi degli alberi più grandi e più strani che si fossero mai
visti. C'erano baobab, mangrovie, cedri, cottonwoods, platani, querce e
mogani enormi dal colore rosato. I rami si protendevano verso le finestre, e
la cima passava di un bel tratto i tetti delle case. Le
auto dei residenti, parcheggiate in alcune zone della strada, erano quasi invisibili
tra le radici delle piante, stritolate tra le spire di legno nodoso. Non
c'era un rumore ma solo il canto degli uccelli che a milioni erano
scesi dai boschi del nord e salutavano la luce del mattino.
Dopo qualche minuto i bambini rimasti
nel centro di Firenze erano tutti per strada, guardando meravigliati con
il naso in su. Alcuni genitori si affannavano con picconi e scuri a
disseppellire le, auto dal
groviglio delle radici degli alberi. Quattro signori di mezza età, stavano
abbracciati insieme, piangendo e lamentandosi: "La mia BMV nuova! Il mio fuoristrada
comprato a rate due mesi
fa!
Vanni e i suoi amici non si
disperarono troppo. Vedendo le grandi liane che pendevano dai rami bassi degli
alberi e ricordandosi dei film di Tarzan, si divertivano a ondeggiare da un
lato all'al tra
della strada sulle teste dei babbi affannati a recuperare qualcosa dalle macerie e
dalle radici degli alberi cresciuti nella notte in tutte le strade.
La vita della città si era fermata
a un tratto. Quella mattina non aprirono né le scuole nè le banche, e
un grappolo di bambini si intrufolò nel campanile di Giotto passando dalla
finestra del terzo piano.
A mezzogiorno attirati da un richiamo
irresistibile, tutti i bambini di Firenze si ritrovarono nella piazza grande
del Comune, che aveva conservato il selciato di lastre di pietra, interrotto
qua e là da una bella pianta di tiglio. In fondo alla piazza, sotto alla Loggia dei Lanzi,
sulle scale in mezzo ai Marzocchi c'era un’enorme tigre bianca siberiana capo riconosciuto
del regno degli animali. Voleva parlare con i bambini dell'uomo,
perché i cuccioli di tutti gli esseri viventi sono la speranza del mondo.
La tigre delle nevi spiegò ai bambini della
città che gli animali vo levano
vivere in pace con gli esseri umani, purché gli uomini smettessero di distruggere tutti
gli altri esseri viventi e deturpare il
mondo. Gli animali,
come pegno di pace, avrebbero insegnato ai bambini i segreti della natura
e delle piante, per far crescere tutto ciò di cui l'uomo ha
bisogno per coprirsi e per mangiare. Le pecore avrebbero continuato a
dar lana d'estate, ma volevano tenersi gli agnelli e morire di
vecchiaia. I corvi avrebbero cacciato i piccioni dalla testa delle statue e
dai tetti dei palazzi, i tori avrebbero arato ma senza pungolo e
conservando i testicoli. I cani della prateria avrebbero seminato zucche
e fagioli, tante da nutrire uomini e animali. I cavalli e i
ciuchi offrivano trasporti gratuiti , ma senza sella e senza briglie, e
non volevano sentir parlare di mortadella. Le lontre suggerivano di
fabbricare le pellicce, se proprio le femmine dell'uomo non potevano
farne a meno, scotennandosi tra di loro. In più, basta con la
plastica, il petrolio e gli insetticidi. Come alternativa gli animali avrebbero
potutofornire dieci gechi per
caseggiato per mangiare
le zanzare lungo i muri.
Vanni tornò a casa cavalcando un cavallino
baio di due anni, e passando di fronte al Comune si fermò a guardare il
Sindaco che aveva perso il
senno per la paura di dover andare in ufficio a piedi.
Una parte dei genitori, che
passarono alla storia come "gli Irrecuperabili", morì di crepacuore per
la perdita della propria auto. Ma i bambini della città, con la folla di
nuovi amici, uccelli, cavalli, orsi, cinghiali, scimmie e pellicani, passava le ore
tra gli alberi e
il resto del tempo a leggere e studiare. Il mondo diventò più verde e più
felice, il mare più azzurro, gli uomini più contenti e così meno cattivi.
L'unico che ci restò veramente male
fu il vecchio amministratore della Fiat che rifiutò da quel giorno di
mangiare, e fu tenuto in vita per sempre con endovene di semolino.
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