"L'estate, l'Arno e le bombe", Capitolo 1.
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Questa storia descrive le difficoltà
e le attrattiva del crescere nella
Firenze del dopoguerra nel quartiere di
Bellariva. Lo dedico per questo ai miei
figli Vieri, Guido e Teodora. Le
storie che racconto non sono di fantasia. Mi sono preso solo la libertà’ di cambiare alcuni nomi.
Il
viuzzo Moriani è proprio davanti a casa mia. Comincia in alto dal greto
dell’Arno, scende giù tra i campi dei lavandai e alla fine sbuca in via Aretina
proprio di fronte al Madonnone. Il viuzzo Moriani è anche la strada più corta
per andare a scuola, ma la mattina mi piace di più’ fare il giro lungo da via di
Bellariva, così posso suonare il campanello a Maurizio che mi fa compagnia mentre si cammina a scuola verso via Giotto,
passando dalla ferrovia.
Il
viuzzo è una strada di campagna, però
prima d’arrivare in via Aretina
cominciano le case. La prima quando finisce il campo di Nandino è la stalla della Fiaccheraia, che si chiama così perché’ il marito di
mestiere portava a giro la gente con la carrozza e a Firenze
li chiamavano fiaccherai. Ora i cavalli non li tiene più nessuno e la
stalla è piena di mobili e di porcherie. Venti metri più avanti cominciano le
casine dei morti di fame, che sono basse da una parte del viuzzo e
ci hanno le inferiate alle finestre. perché anche i morti di fame hanno
paura dei ladri come i ricchi. Alla fine del viuzzo c’è una piazza quadrata con
le case di Giuliano, il padrone
dell’osteria di via Aretina che è ricco e
fa figlioli come i coniglioli. Peccato che siano brutti e grassi come lui, a
parte la figlia piccina che si chiama Diletta. E lo dicon tutti al Madonnone che la diletta è
un corno di sicuro.
Sul
viuzzo Moriani c’è sempre un gran via vai, perché ci passano i barrocciai. Quando tornano dall’Arno
i barrocci son pieni di rena e se la
strada è molle perché piove, ci lascian
delle gran buche. Allora tutti si
lamentano che il viuzzo fa schifo per via delle buche e delle cacche, perché i
cavalli belgi son alti quanto le case
e fanno
cacche come un filone di pane. Allora
la gente di Bellariva strilla perché il
comune il viuzzo non l’accomoda mai e le
buche son piene di merda.
A me invece
delle cacche di cavallo e delle buche non me ne importa un fico. Anzi le
buche mi piacciono perché quando piove diventano pozze e io mi diverto
a saltarci sopra. E poi dopo la pioggia
se mi viene voglia mi metto davanti alla pozza e ci metto sopra una barchetta di carta di quaderno e la
faccio andare sull’acqua soffiando sulla
vela.
Qualche volta quando piove mi distraggo a
chiacchierare cogli amici e mi riempio
le scarpe di mota. Se dovessi dire la verità’ mi piacerebbe anche
entrarci co’ piedi come fanno i Sandroni, che ci hanno gli Chantilly e la
mantellina di gomma e si divertono a
camminar nell’acqua e a pestarci coi piedi. Però il babbo la mantellina e gli Chantilly non me l’ha voluti comprare,
perché dice che bastano le scarpe e che
gli Chantilly fanno venire i
funghi ai piedi. Allora quando piove vado a scuola con le scarpe di cuoio
e con l’ombrello nero e i Sandroni
sguazzano nelle pozze per farmi dispetto. Io pero’ non gliela lascio la
soddisfazione di fargli intendere che
son geloso, anzi faccio finta di divertirmi
a saltar sulle pozze. L’altro giorno stavan sguazzando nell’acqua per farmi
dispetto e glielo dissi che gli sarebbero venuti i funghi ai piedi per
via della gomma degli Chantilly. Ma loro
non ci credono, anche se gli ho spiegato
che la cosa dei funghi l’ho letta nel libro di
microbiologia di mio fratello che studia Medicina. Ma loro mi hanno
detto “micropipiopipìa” per farmi il verso e si son messi a ridere e a dirmi
che parlavo difficile apposta e che inventavo balle. E hanno un po’ di ragione,
perché’ nel libro di microbiologia non ci
capisco nulla e la storia dei funghi me l’ha raccontata il babbo che fa il
meccanico e non il dottore.
Cristiano
Sandroni l’hanno messo in classe mia l’anno scorso e non l’ho mai potuto
soffrire. Lui ha sempre da fare il gradasso, perché’ sta di casa al Palazzone dove
tutti hanno soldi da buttar via. E i Sandroni vanno a giro vestiti
da gemelli, con la giacchetta di velluto e i pantaloni dello stesso
colore e quando piove fanno i gaga’ con la mantella nera
e gli Chantilly, mentre noialtri
si va a giro con l’ombrello nero mezzo rotto e le scarpe motose.
Quando
piove le donnine del viuzzo stanno rintanate in casa e anche in via Aretina non c’è
a giro un cane, proprio come in campagna. La mattina presto quando vado a scuola io, di negozi aperti in via Aretina c’è solo il
caffè’ del Redditi e il negozio di Oreste il ciabattino. Oreste è un
omo piccino con tre capelli sulla testa tonda e
col grembiule grigio sempre
sudicio e sta sempre a sedere su un
panchetto in fondo alla bottega che è così stretta che non ci si passa in due. Quando arrivo
davanti alla bottega di Oreste il ciabattino lui saluta sempre con la mano perché
gli sto simpatico. I ragazzi dell’Aretina invece mettono i sassi nelle rotaie del tram e a Oreste gli tocca levarli col trincetto perché’ ha paura che il
tram vada a finirgli in bottega. Però
sarebbe una bella scena vedere il tram che va a finire tra le scarpe e Oreste
li a sedere sul panchetto con gli occhi spalancati! Due mesi fa
Oreste è uscito di bottega tutto imbestialito perché’ aveva visto i
sassi nelle verghe e per l’appunto ero lì
accanto con la cartella in mano. Allora
s’e’ rizzato in piedi con la tomaia e il trincetto in mano e s’ e’ messo a strillare :
-Accidenti
a te, hai messo i sassi nelle verghe! O che lo vuoi far deragliare il tramme
davanti alla bottega?
-Io i sassi io non l’ho messi in nessun posto!-
gli ho risposto, anche se la mattina non ho tanta voglia di far conversazione
con i grandi -e poi se fo deragliare il tram
il babbo mi chiude in cantina a pane acqua!
La
risposta gli dev’essere piaciuta, perché’ da quella volta mi fa dei gran saluti
tutte le mattine quando passo da via Aretina. O forse gli sta simpatico il babbo e lo sa che mi
chiuderebbe in cantina davvero se facessi deragliare il tram.
Davanti
al ciabattino c’è un tabernacolo grande con dentro il Madonnone, che poi sarebbe un affresco tutto
sciupacchiato, perche’ non hanno accomodato il tetto durante la guerra e ci pioveva sopra. Però il tabernacolo dopo il
Comune l’ha accomodato con un tetto di
travi che sporge all’angolo della strada e ci si può anche riparare quando piove e le vecchine ci lasciano i fiori davanti alla
Madonna e stanno davanti a biascicare l’avemmaria. Però noi non ci si può pisciare
intorno per rispetto alla religione. Io
credo che lo chiamino tutti “Il Madonnone” come se la Madonna fosse
un maschiaccio, perche’ l’affresco è sciupacchiato e con una macchia scura dove c’era la Madonna e intorno non si vede più
nulla. Anzi, se non ci fossero le
vecchine e poco puzzo di piscio, uno non
si immaginerebbe nemmeno che sul muro ci fosse la Madonna con Gesù
bambino.
A
me piace la strada del Madonnone, perché’ va diritto fino al passaggio a livello e quando si cammina
verso la scuola si guarda i treni che
passano con la gente appiccicata ai finestrini. E io mi diverto a pensare che
quando sarò grande prenderò il treno e mi divertirò a girare il mondo e poi mi metterò
a raccontare le cose che ho visto.
Dopo
il passaggio a livello del Madonnone comincia il manicomio di San Salvi dove
tengon rinchiusi i pazzi. In classe mia
l’anno scorso e’ arrivato Marco
Santini, il nipote del Direttore del manicomio, e allora il custode mi ci fa
entrare per andare a fare i compiti il pomeriggio col mio
amico Marco. E allora sono anche diventato amico dei pazzi che girano per i
viali del manicomio. Loro non sono furiosi e se glielo chiedo mi pigliano i
merli canterini in cima ai lecci. Poi il mio amico Marco, il nipote del
Direttore, ha una casa grandissima proprio in mezzo al manicomio che d’inverno è
riscaldata coi termosifoni e dentro ci
fa un caldo bestia. Quando non c’è
il nonno a giro noi due si pattina sul tetto dei corridoi del manicomio,
che è bello liscio col pavimento di mattoni rossi. I corridoi di sotto servono
agli infermiere ed ai dottori per andare da una parte all’altra del manicomio
quando piove. Però quando c’è il sole non ci passa nessuno e allora noi non si
da’ noia a pattinarci sopra. E quando il tempo è buono lasciano uscire i pazzi
nelle corti e loro stanno a sedere sulle
panchine senza far nulla e si divertono a vederci passare coi pattini sui
terrazzi.. Anzi, quelli meno rintronati ci conoscono per nome e ci
salutano perché’ non hanno nulla da fare
tutto il giorno e si annoiano a morte. E poi dalle terrazze si arriva bene ai
rami dei ciliegi e a giugno io e Marco si prendono delle belle ciliege sporgendosi dalle ringhiere e gli si buttano giù
ai pazzi, che le ciliege dure gli piacciono anche a loro. Insomma, io credo che
io a Marco ai pazzi di San Salvi gli si stia proprio simpatici. Però il nonno di Marco non vuole e una volta che ci ha trovati la
sopra ha rincorso Marco e gli ha tirato
due schiaffoni. Perché è abituato con i pazzi che li pigliano a schiaffoni
quando fanno qualcosa che non gli garba. E da quella volta noi i pattini li
tiriamo fuori solo quando lui prende la macchina e va a fare un giro con la
moglie fuori dai cancelli del manicomio.
La
mattina, proprio quando passo davanti a San Salvi per andare a scuola,
vengon giu’ dalla discesa del passaggio
a livello i dottori dei pazzi a prendere il caffè dal
Reddìti. Il capo dei dottori e’ proprio il nonno del mio amico Marco, che e’ vecchio e ci ha la pancia e
i capelli bianchi e porta sempre
la camicia bianca e la cravatta con il panciotto. In casa sua invece va a giro vestito normale, ma la mattina quando
va a prendere il caffè dal Redditi si
mette il camice bianco aperto e la cravatta sulla pancia e parla a voce alta e
cammina un passo avanti e gli altri
fanno sempre di sì con la testa. Io i primi tempi lo salutavo, ma lui guarda
sempre in alto e non risponde mai, e allora io cambio marciapiede quando lo
vedo arrivare. I miei amici dicono che bisogna star lontani dal
professore dei pazzi, perché’ se non gli piaci lui allunga
un dito, e zac, ti ritrovi rinchiuso a San Salvi. Io lo so che non è vero, perché’ al mio amico
Marco il nonno tira schiaffoni, ma con i
pazzi non ci ha mai rinchiuso anche quando si pattinava sui corridoi di mattoni. Poi io lo so come fanno a rinchiudere i pazzi, perché’ davanti a casa mia ce
n’abbiamo uno, che si chiama
Luigino, il figlio della Beppa.
Tutti gli anni di primavera lo mandano fuori da San Salvi e lui si mette in casa con la Beppa e non fa nulla da
mattina a sera e per passare il tempo va avanti e indietro sul viuzzo parlando
da solo e quando vede qualcuno, ride. Le donne hanno paura e non ci passano
volentieri dal viuzzo quando c’è a giro lui, ma a noi ragazzi
Luigi non ci da’ noia. Ogni tanto Luigino sente la luna e comincia a dare in escandescenze. La Beppa c’è
abituata e allora lo lascia strillare e lo chiude dentro la stalla. Ma dopo arrivano quelli della Croce Verde con la
carrozza e la camicia di forza. L’ultima
volta Luigino e’ scappato dalla finestra della stalla e gli infermieri dei
pazzi l’hanno dovuto rincorrere per i
campi e l’hanno riportato alla carrozza
con la croce verde che era ferma in mezzo al viuzzo, e gli infermieri lo hanno riportato indietro
dai campi legato come un salame con la camicia di forza e lui strillava e ci
aveva la schiuma alla bocca. A me mi
dispiace quando lo vengono a pigliare in
quel modo per rinchiuderlo, perché’ Luigino non da’ noia a nessuno e poi ne
conosco di messi peggio di pazzi a San
Salvi. Le donnine del viuzzo diventan nervose quando senton strillare Luigino dall’uscio della Beppa. Secondo me lo chiamano loro quelli di San Salvi per
farlo rinchiudere in manicomio. Ma
il nonno di Marco ce n’ha anche
troppi di pazzi dentro San Salvi, e son sicuro che di Luigino ne potrebbe fare
a meno. E poi io non ho paura che i dottori dei pazzi rinchiudano anche me.
Queste storie le raccontano i grandi per
far paura ai ragazzi. Anzi, a me i dottori dei pazzi quando vado a scuola quasi
mi fanno quasi compagnia, e quando li
incrocio dopo il Madonnone, allora vuol dire che sono in orario. L’orologio il
babbo non me l’ha comprato, perché’ me l’ asserba per quando passo all’esame di
quinta. A casa m’arrangio con la sveglia di cucina. Ma la mattina con
tutti i giri intorno alle pozze e i
campanelli degli amici da suonare finisce che mi distraggo e arrivo tardi e il
maestro mi chiama alla lavagna e mi interroga anche se non e’ il turno mio.
Invece quando incrocio i dottori dei pazzi di fronte al passaggio a
livello vuol dire che sono in orario e allora
di sicuro il maestro mi lascia in pace.
Il maestro si chiama Mario Verona e sta nel Palazzone. La casa dove sta lui la chiamano il
Palazzone perché è un casone di quattro piani, in mezzo ai campi e la facciata davanti ce l’ha tutta di
pietra, con le persiane marroni di
quelle che scivolan nel muro invece di aprirsi in fuori come le nostre. Quelli del Palazzone non pagano l’ affitto come la
gente normale e son tutti ricchi a parte i Silvestrini che son morti di fame e stanno in affitto nel
seminterrato, dove una volta c’era la cantina del carbone. Loro non hanno mai
una lira, perché’ il Silvestrini non
lavora e passa sempre dal viuzzo con
l’ombrello in mano anche d’estate per andare alla bettola di via Aretina e
ritorna sempre ubriaco. La mamma fa la donna di servizio a ore e il figliolo vuole
fare il cantante e allora ha comprato la chitarra elettrica. Però quando gli si chiede di farci una
sonatina lui dice sempre che gli si e’ imbarcata la chitarra per via dell’umido
e che ora non suona. Chi sa se e’ una
scusa o se gli s’e’ rovinata la chitarra
per davvero.
I
ragazzi del Palazzone non li fanno mai uscire a giocare con noi. Ce n’è una dell’età nostra al pianterreno che
sta tutto il giorno a guardarci dalla finestra e siccome ha i capelli
gialli, noi ragazzi la chiamiamo Frittella. Il suo nome non lo sa
nessuno perché’ va alla scuola privata e non alla Giotto come noi.
Il mio maestro sta di casa al terzo piano del Palazzone insieme al
fratello della moglie che non è sposato e si chiama Napoleone. Napoleone va sempre a giro col vestito scuro elegante
anche d’estate quando si suda e ha i baffi neri voltati all’insu’ come il
marito della nonna nella fotografia in camera mia. Lui sta insieme al mio
maestro al secondo piano nella camera
d’angolo che guarda il campo del Benelli e dicon che dorme con la cassa da morto sotto il letto. Lui tiene
anche una barca a remi di proprietà da Trocilo sull’Arno e ci porta le
spasimanti a spasso sull’acqua quando fa
buio. Noi quando si vede arrivare Napoleone la ganza, si smette di giocare a
nascondino e gli si va dietro passando
dai campi, e poi ci si nasconde tra le frasche a guardare cosa fanno nella
barca. Sull’acqua però c’è quasi sempre buio e non si vede un accidente. Guido
Picchiani mi ha detto che una volta c’era la luna
e che Napoleone gli ha levato le mutande a una spasimante.
Io però non ho mai visto nulla, le volte che sono andato sull’Arno a
guardare Napoleone. E poi sarei curioso di sapere se e’ vera la storia della
cassa da morto sotto il letto. Però se glielo chiedo al maestro Verona se ne prende a male di sicuro. Certo alle
donne Napoleone non deve piacere, perché’ tutte le settimane ne porta una nuova
sull’Arno e non si sposa mai. Secondo me scappano perché’ hanno paura della cassa da morto sotto il letto.
Io
sono uno dei pochi a Bellariva che il Palazzone
l’hanno visto da dentro perché’ loro tengono il portone sempre chiuso e
non come in casa mia che entra e esce chi gli pare. L’anno passato però ho
avuto il morbillo e sono stato a casa malato per un mese. Allora ero rimasto
indietro con la scuola e il maestro mi ha
chiamato un pomeriggio al Palazzone e mi ha fatto fare un ripasso di
tutta la geometria che mi ero perso e allora ho potuto guardare tutto dentro e
raccontarlo ai miei amici.
L’ingresso
del Palazzone è grande e vuoto e senza biciclette e con le mattonelle lustre di
cera. Le scale sono belle larghe con la
ringhiera di ferro battuto e un corrimano liscio e tondo di legno. Poi dalla
parte di dietro ci sono delle gran finestre per la luce, che però ci hanno i
vetri piombati con i disegni sopra. La casa del maestro e’ la secondo piano e
ci ha una porta di legno scuro con una placca d’ ottone lucido che dice: Dr.
Mario Verona. Dentro c’è un corridoio
grande e buio tutto pieno di librerie fino al soffitto. Anche le stanze sono
piene di libri, perché’ a parte il
maestro, lui di mestiere fa l’archeologo e sa tutto sugli Etruschi e sui
Romani. Io anzi credo che il maestro sappia tutto di tutto. Le stanze della
casa del maestro sono grandi e alte e
hanno i disegni a fiori sui muri, che spuntano
dalle librerie, lassù verso il
soffitto. Il maestro quella volta
che ero stato malato e sono andato da lui di pomeriggio, mi ha detto che posso andare a leggere i
libri quando voglio a casa sua. Ogni tanto ci vado davvero e lui mi chiede che
cosa mi interessa leggere e poi mi da’ un libro vecchio e mi mette sotto una
libreria a sedere davanti a un tavolino con la lampada verde di vetro sopra . La cassa da
morto sotto il letto di Napoleone non mi è mai riuscito vederla, anche se ogni
tanto sbircio il corridoio per vedere se mi riesce di guardare dentro la stanza
d’angolo, che è quella di Napoleone. Poi davanti al tavolo con il lume
verde ci sono dei gran libroni d’arte e
una volta che il maestro è andato giù a prender la posta e mi ha lasciato solo,
mi son messo a sbirciarne uno che era pieno di
vasi etruschi con un sacco di omini con le zampe di porco e con il cinci
ritto grande quanto un braccio che rincorrevano le donne nude. Il libro l’ho rimesso subito a posto, perché’
se mi trova il maestro con quello in mano magari mi butta fuori e lo racconta
al mio babbo.
Il
maestro per andare a scuola esce di casa tutte le mattine alle otto, ma passa
sempre da via di Bellariva e per il viuzzo non ci passa mai. Meglio così perché’
se no mi farebbe la predica per via dei salti sulle pozze. Però a volte io sto a aspettarlo davanti a casa e
andiamo a scuola insieme con i miei compagni di Bellariva. E’ divertente quando ci
racconta le storie prima d’arrivare alla Giotto. Mio fratello Alberto non
ci crede quasi mai alle storie del
maestro. L’altro giorno ci ha raccontato che quand’era in India ha visto la lotta d’una
tigre con un leone e che ha vinto la tigre. Alberto quando glielo ho detto si è
messo a ridere. Secondo lui e’ una balla perché le tigri e i leoni stanno in
posti differenti e non fanno la lotta. Io invece penso che se una tigre
incontrasse un leone vincerebbe di
sicuro perché’ la tigre è fortissima e se non fosse la più forte di tutti Salgari non avrebbe chiamato Sandokan “la
tigre di Mompracem”.
Il
Maestro ha i baffi lunghi e grigi, un
nasone curvo in mezzo alla faccia grassa
e la pancia con le mutande che gli
spuntano dalla cintura. Lui ci mette mezz’ora ad arrivare a scuola perché’
cammina piano. Racconta che ha girato il
mondo per lungo e per largo. Mio fratello
Alberto non ci crede mai a queste storie e dice che il maestro
ha i piedi piatti e a girare il mondo con quei piedi ci avrebbe messo
duecent’anni; anzi, per farmi arrabbiare, quando gli dico che il maestro
e’ stato in Africa ed è proprio lì
che ha visto la lotta dei leoni con le tigri,
Alberto lo chiama “l’ebreo
errante” e gli fa la caricatura con un
gran nasone sulla lavagnetta nera che
sta appesa in cucina di casa nostra. Alberto
si diverte sempre a fare le
caricature sulla lavagna e quelle che gli piacciono di più sono il
maestro con il naso a uncino che cammina nel deserto oppure la testa mia vista
di profilo. Lui dice sempre che la mia testa è
grossa come una zucca e mi chiama “cippo” invece che Piero e mi fa la caricatura. Meno male che non me ne
prendo tanto a male.
Anche
se Alberto lo chiama ebreo errante, a
noi il maestro non ce l’ha mai
detto che è ebreo. Ma quando viene il prete in classe lui sta a sentire da una parte con un libro aperto e fa finta di leggere e non si fa mai il segno della croce. E poi si capisce da
lontano che a quelle cose che dice il
prete lui non ci crede, perché dice sempre che in classe comanda il maestro e
non il prete.
Anche
il direttore della scuola non lo fa mai venire in classe Dice il maestro che il direttore è fatto solo per comandare
nei corridoi. All’anniversario della Vittoria il direttore, siccome è
stato da ragazzo alla guerra del 15-18, ci fa fare la celebrazione. Alle dieci si va tutti in
fila nel giardino della scuola, i maschi col grembiule nero e le femmine dietro
la rete nella zona loro, col grembiule bianco insieme alle
maestre e alle custodi vestite di bianco anche loro. Dalla parte nostra del
giardino si fa l’alzabandiera e siccome è
l’anniversario della vittoria il direttore
ci parla della patria e del tricolore. E quando parla della patria, dice
che la patria è come la mamma, e che
bisogna volergli bene e quando arriva a questo punto tutti gli anni si commuove e comincia a farfugliare e tira
fuori il fazzoletto per asciugarsi le lacrime. La prima volta ci siamo impressionati,
perché’ si e’ messo a parlare della morte della mamma e piangeva come un
vitello. Gli anni dopo invece a noi della classe del Verona ci scappa da ridere, e dopo la cerimonia il maestro si mette a fargli
il verso e lo prende per il fondelli per via della storia della mamma
che è come la patria, che c’entrano come
il cavolo a merenda, e poi dice che il
direttore è uno sciocco e che meno male che
fa scuola solo alle bidelle nei
corridoi. Dev’essere vero quello che dice il
maestro perché nel corridoio ci sono le stampe grandi in bianco e nero con EF cancellato (che vuol
dire Era Fascista, e il direttore l’ha cancellato se no
l’arrestano). Proprio accanto a classe nostra c’è la stampa di Muzio Scevola che si brucia il braccio di
fronte a Porsenna e davanti ai cessi ce
n’e’ un’altra con Pietro Micca che entra in una galleria tenendo la miccia in
mano per salvare il fortino assediato dagli Spagnoli. Il maestro invece attaccati
al muro in classe ci tiene solo i
mappamondi e i lavori di stucco colorato di noi ragazzi e dice che queste
storie del direttore son tutte sciocchezze e
anche di Pietro Micca non ce ne
parla mai.
Al
maestro poi le guerre moderne non gli
piacciono. Invece ci ha fatto fare il plastico della battaglia di Annibale al
Trasimeno con tutte le legioni schierate, ognuna a forma di quadrato, e le abbiamo fatte noi
con lo stucco e le punte di spillo e ogni punta di spillo è un elmo di
soldato. E poi abbiamo messo un punto
grigio per gli elefanti dei Cartaginesi e poi lui ci ha detto che magari un giorno ci porta in gita al Trasimeno e ci
spiega come fece Annibale a fare a pezzi
i Romani scendendo dalle colline con la
cavalleria e buttando i legionari nel lago, che ancora oggi ripescan le
corazze e le spade dai fondali. Di queste cose se ne intende davvero e neanche
Alberto ci ride. Perché’ il maestro e’
un esperto di scavi e ci porta sempre a vedere le cantine dei palazzi e delle
chiese e a vedere i pozzi degli Etruschi
e le fondazioni delle case dei Romani. Certo sui re di Roma non vuole storie!
L’altro giorno ha fatto scrivere al Cerchiai cento volte Numa Pompilio perché’ non si ricordava il nome dei re di
Roma in fila. Io credo che il maestro sia un simpatizzante degli Etruschi perché’
di loro parla sempre bene e dice sempre
cattiverie su tutti gli altri. E’ poi gli Etruschi sapevano far le tubazioni
dell’acqua e gli archi di pietra e
il bronzo e i buccheri e qui e là. Secondo me lui è più Etrusco che Ebreo. A volte però è una carogna. Se sbagli una somma ti da cinque e
se non capisci il problema quattro. E se
la volta dopo risbagli, ti da’ tre e
dopo ancora due, fino a che non arriva a zero. E poi è sempre a far le
classifiche tra i ragazzi come nel
campionato di calcio e a quelli meno
bravi gliene fa di tutti i colori. L’anno scorso chiese al Bini di dire il nome di un pesce e siccome quello rispose, “baccala’”, da allora
il maestro lo chiama Baccala’ e
non Mario Bini per nome e cognome. E quando uno fa un errore di ortografia, lo
tiene mezz’ora in piedi accanto alla cattedra a fare le aste come se fosse un
bambino dell’asilo. Io scrivo male, e
allora lui dice che sono un caso disperato perché’ la maestra all’asilo mi hanno
insegnato la cacografia, che in greco
sarebbe come a dire l’arte di scrivere
male e così mi ha rovinato a vita, perché’ la zona del cervello dove di solito
ci sta la scrittura nel caso mio e’ tutta piena di scarabocchi. Ma non ce l’ha
solo con me. L’altro giorno per esempio
se l’è presa col Vannini, uno dei ciuchi di classe.
-A
casa tua Africa si scrive con tre effe, vero? Me l’hanno detto i tuoi genitori
che quando s’e’ sposato tuo fratello hai
scolato una bottiglia di Vermouth sotto il tavolo e da quella volta il Vermouth
ti ha fritto il cervello. E’ per questo che
non sai distinguere le doppie! E cosi’ rimarrai stupido e analfabeta per
tutta la vita!
E
il povero Vannini la prima volta si è messo a piangere. Poi siccome il
maestro insiste sempre su questa storia
del Vermouth lui non prova nemmeno a
correggere le doppie e finirà che boccia davvero e va a scuola dalla maestra
delle classi differenziali dove sono tutti
scemi.
Il
primo giorno di scuola in quarta il
maestro Verona non mi conosceva perché’ mi ero trasferito dalla De Amicis e allora, tanto per tastare
il terreno, m’ ha chiesto il gerundio
del verbo essere. Il gerundio con la maestra di terza non l’ avevo studiato e
tanto per buttare là qualcosa, ho provato a indovinare:
-io
sono tu sei egli e’....
Allora
tutta la classe s’e’ messa a sghignazzare e lui mi ha chiamato “gerundio” per un mese. E se avessi continuato a
sbagliare i verbi sono sicuro che
continuerebbe a chiamarmi gerundio anche oggi! E’ proprio una merda quando
prende in giro i ragazzi. Tutti i giorni
se la rifa’ con qualcuno e in particolare con gli asini, e invece di dirci chi
e’ il più’ bravo, ci dice solo chi e’ il
più’ ciuco della giornata. Sembra che gli faccia piacere avere degli asini in
classe, così almeno si può divertire alle spalle di qualcuno. Lui dice sempre che la scuola è
come un treno, dove c’è la prima e la terza classe. E quelli in terza classe dovranno tirar sempre la carretta. E
dice anche che e’ per questo che lui li tratta come ciuchi, così si abituano
a tirare la carretta. Dopo la storia del
gerundio credevo che avesse messo in terza classe anche me, e ho pianto tutti i giorni e quando
tornavo a casa Alberto apriva la portai
alzandosi dal tavolo dove studia e mi diceva:
-Hai
preso quattro? Hai preso la seggiolina? Allora accomodati!
E mi metteva sotto il sedere la seggiola di camera sua, che assomiglia ai quattro del maestro. Allora mi
sono messo a studiare come un cretino e non ho preso più seggioline a
matematica e non sbaglio nemmeno i verbi e le doppie, perché mi voglio chiamare
Piero e non Gerundio.
Però
le storie che racconta il maestro a volte sono belle davvero. A me piace
soprattutto quando ci fa vedere sulla
carta di Firenze la città Romana nascosta intorno a piazza Signoria, che si
vede proprio bene, con le strade
diritte, il decumano, il mercato e il circo dei gladiatori, proprio sotto via
Torta accanto a piazza Santa Croce. Sarebbe bello scavare
sotto Firenze come hanno fatto a Pompei. Poi ci ha spiegato il maestro
come si fa a trovare le città Etrusche.
Questo e’ facile davvero, quando uno sa il trucco. Le città latine finiscono
tutte in anus e culus. Questo tanto per
farla breve. E il maestro ci ha raccontato che lui e i suoi amici hanno trovato un sacco di tombe etrusche in
Toscana scavando intorno ai paesi che
non finiscono per “culus”, come Loro
Ciuffenna o Cerveteri. Nell’armadio di classe ci sono anche dei vasi che il maestro ha trovato negli
scavi insieme agli arnesi e allo stucco
per i plastici, anche se è proibito. Ma il maestro di vasi etruschi pieni
di pitture ce n’ha la casa piena e non
sono neri e semplici come i buccheri
dell’armadio di classe.
Il
maestro l’anno scorso ci ha portato al museo di via della Colonna e
ci ha fatto vedere le cose che ha trovato
con questo trucco del culus e dell’anus. Gli volevo dire, però che ce
l’ha insegnato lui che Firenze si
chiamava Florentia ai tempi dei romani, che sarebbe a dire la città’ della dea Flora, che e’ la dea della primavera che non ha nulla a
vedere con il culo. Ho lasciato perdere,
perché’ con lui va a finire che invece di chiamarmi Gerundio mi chiama Pierinculus per un mese. E’ capace di
questo e d’altro.

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