"L'estate, l'Arno e le bombe", Capitolo 1.


Scuola Giotto, V elementare, 1954. L'autore è il primo a sinistra sulla fila in alto.

Questa storia descrive le difficoltà e le attrattiva  del crescere nella Firenze del  dopoguerra nel quartiere di Bellariva. Lo dedico per questo  ai miei figli Vieri, Guido e  Teodora. Le storie che racconto non sono di fantasia. Mi sono preso solo  la libertà’ di cambiare alcuni nomi.


            Il viuzzo Moriani è proprio davanti a casa mia. Comincia in alto dal greto dell’Arno, scende giù tra i campi dei lavandai e alla fine sbuca in via Aretina proprio di fronte al Madonnone. Il viuzzo Moriani è anche la strada più corta per andare a scuola,  ma la mattina  mi piace di più’ fare il giro lungo da via di Bellariva, così posso suonare il campanello a Maurizio che mi fa compagnia  mentre si cammina a scuola verso via Giotto, passando dalla ferrovia.
            Il viuzzo è una strada di campagna,  però prima d’arrivare  in via Aretina cominciano le case. La prima quando finisce  il campo di Nandino è la stalla  della Fiaccheraia,  che si chiama così perché’ il marito di mestiere portava a giro la gente con la carrozza e  a Firenze  li chiamavano fiaccherai. Ora i cavalli non li tiene più nessuno e la stalla è piena di mobili e di porcherie. Venti metri più avanti cominciano le casine dei morti di fame, che sono basse da una parte  del viuzzo e  ci hanno le inferiate alle finestre. perché anche i morti di fame hanno paura dei ladri come i ricchi. Alla fine del viuzzo c’è una piazza quadrata con le  case di Giuliano, il padrone dell’osteria  di via Aretina che è ricco e fa  figlioli  come i coniglioli.  Peccato che siano brutti e grassi come lui, a parte la figlia piccina che si chiama Diletta. E  lo dicon tutti al Madonnone che la diletta è un corno di sicuro. 
            Sul viuzzo Moriani c’è sempre un gran via vai, perché  ci passano i barrocciai. Quando tornano dall’Arno i barrocci son pieni di rena e se  la strada è molle perché piove, ci  lascian  delle gran buche. Allora  tutti si lamentano che il viuzzo fa schifo per via delle buche e delle cacche, perché i cavalli  belgi son alti quanto le case e  fanno  cacche  come un filone di pane. Allora la gente  di Bellariva strilla perché il comune il viuzzo  non l’accomoda mai e le buche son piene di merda.
A me  invece delle cacche di cavallo e delle buche non me ne importa un fico. Anzi le buche  mi piacciono perché  quando piove diventano pozze e io mi diverto a saltarci sopra. E poi  dopo la pioggia se mi viene voglia mi metto davanti alla pozza e ci metto  sopra una barchetta di carta di quaderno e la faccio andare sull’acqua  soffiando sulla vela.
Qualche volta quando piove mi distraggo a chiacchierare cogli  amici e mi riempio le scarpe di mota. Se dovessi dire la verità’ mi piacerebbe  anche  entrarci   co’ piedi come fanno  i Sandroni, che ci hanno gli Chantilly e la mantellina di gomma  e si divertono a camminar nell’acqua e a pestarci coi piedi. Però il  babbo la mantellina e  gli Chantilly non me l’ha voluti comprare, perché dice che bastano  le scarpe  e che  gli Chantilly  fanno venire i funghi ai piedi. Allora quando piove vado a scuola con le scarpe di cuoio e  con l’ombrello nero e i Sandroni sguazzano nelle pozze per farmi dispetto. Io pero’ non gliela lascio la soddisfazione di fargli intendere  che son geloso, anzi  faccio finta di divertirmi a saltar sulle pozze. L’altro giorno stavan sguazzando nell’acqua per farmi dispetto e  glielo dissi che  gli sarebbero venuti i funghi ai piedi per via della gomma degli Chantilly. Ma loro  non ci credono,  anche se gli ho spiegato che la cosa dei funghi l’ho letta nel libro di  microbiologia di mio fratello che studia Medicina. Ma loro mi hanno detto “micropipiopipìa” per farmi il verso e si son messi a ridere e a dirmi che parlavo difficile apposta e che inventavo balle. E hanno un po’ di ragione, perché’ nel libro di  microbiologia non ci capisco nulla e la storia dei funghi me l’ha raccontata il babbo che fa il meccanico e non il dottore.
            Cristiano Sandroni l’hanno messo in classe mia l’anno scorso e non l’ho mai potuto soffrire. Lui ha sempre da fare il gradasso, perché’ sta di casa al Palazzone dove tutti  hanno soldi da buttar via. E  i Sandroni vanno a giro  vestiti  da gemelli, con la giacchetta di velluto e i pantaloni dello stesso colore e  quando piove fanno  i gaga’ con la  mantella nera  e gli Chantilly, mentre  noialtri si va a giro con l’ombrello nero mezzo rotto e le scarpe  motose.
            Quando piove le donnine del  viuzzo stanno  rintanate in casa e anche in via Aretina non c’è a giro un cane,  proprio  come  in campagna. La mattina presto  quando vado a scuola io,  di negozi aperti in via Aretina c’è solo il caffè’ del Redditi e  il  negozio di Oreste il ciabattino. Oreste è un omo piccino con tre capelli sulla testa tonda e  col grembiule  grigio sempre sudicio  e sta sempre a sedere su un panchetto in fondo alla bottega che è così stretta  che non ci si passa in due. Quando arrivo davanti alla bottega di Oreste il ciabattino lui saluta sempre con la mano  perché  gli sto simpatico. I ragazzi dell’Aretina  invece mettono  i sassi nelle rotaie del tram e  a Oreste gli tocca  levarli col trincetto perché’ ha paura che il tram  vada a finirgli in bottega. Però sarebbe una bella scena vedere il tram che va a finire tra le scarpe e Oreste li a sedere sul panchetto con gli occhi spalancati!  Due mesi fa  Oreste è uscito di bottega tutto imbestialito perché’ aveva visto i sassi nelle verghe e  per l’appunto ero lì accanto con la cartella in mano. Allora  s’e’ rizzato in piedi con la tomaia e il trincetto in mano e  s’ e’ messo a strillare :
            -Accidenti a te, hai messo i sassi nelle verghe! O che lo vuoi far deragliare il tramme davanti alla bottega?
            -Io  i sassi io non l’ho messi in nessun posto!- gli ho risposto, anche se la mattina non ho tanta voglia di far conversazione con i grandi -e poi se fo deragliare il tram  il babbo mi chiude in cantina a pane acqua!
            La risposta gli dev’essere piaciuta, perché’ da quella volta mi fa dei gran saluti tutte le mattine quando passo da via Aretina. O forse  gli sta simpatico il babbo e lo sa che mi chiuderebbe in cantina davvero se facessi deragliare il tram.
            Davanti al ciabattino c’è un tabernacolo grande con dentro il  Madonnone, che poi sarebbe un affresco tutto sciupacchiato, perche’ non hanno accomodato il tetto durante la guerra e  ci pioveva sopra. Però il tabernacolo dopo il Comune l’ha accomodato con un  tetto di travi che sporge all’angolo della strada  e ci si può anche riparare quando piove e  le vecchine ci lasciano i fiori davanti alla Madonna e stanno davanti a biascicare l’avemmaria. Però noi non ci si può pisciare intorno per rispetto alla religione.  Io credo che  lo chiamino  tutti “Il Madonnone” come se la Madonna fosse un maschiaccio, perche’ l’affresco è sciupacchiato e con  una macchia scura  dove  c’era la Madonna  e intorno non si vede  più  nulla. Anzi, se  non ci fossero le vecchine e  poco puzzo di piscio, uno non si immaginerebbe nemmeno che  sul muro  ci fosse la Madonna  con  Gesù bambino.
            A me piace la strada del Madonnone, perché’ va diritto fino  al passaggio a livello e quando si cammina verso la scuola  si guarda i treni che passano con la gente appiccicata  ai  finestrini. E io mi diverto a pensare che quando sarò grande prenderò il treno e mi divertirò a girare il mondo e poi mi metterò a raccontare le cose che ho visto.
            Dopo il passaggio a livello del Madonnone comincia il manicomio di San Salvi dove tengon rinchiusi i pazzi. In classe mia  l’anno scorso e’ arrivato  Marco Santini, il nipote del Direttore del manicomio, e allora il custode mi ci fa entrare  per  andare a fare i compiti il pomeriggio col mio amico Marco. E allora sono anche diventato amico dei pazzi che girano per i viali del manicomio. Loro non sono furiosi e se glielo chiedo mi pigliano i merli canterini in cima ai lecci. Poi il mio amico Marco, il nipote del Direttore, ha una casa grandissima proprio in mezzo al manicomio che d’inverno è riscaldata coi termosifoni e  dentro ci fa un caldo bestia. Quando non  c’è il  nonno a giro   noi due si  pattina sul tetto dei corridoi del manicomio, che è bello liscio col pavimento di mattoni rossi. I corridoi di sotto servono agli infermiere ed ai dottori per andare da una parte all’altra del manicomio quando piove. Però quando c’è il sole non ci passa nessuno e allora noi non si da’ noia a pattinarci sopra. E quando il tempo è buono lasciano uscire i pazzi nelle corti  e loro stanno a sedere sulle panchine senza far nulla e si divertono a vederci passare coi pattini sui terrazzi.. Anzi, quelli meno rintronati ci conoscono per nome e ci salutano  perché’ non hanno nulla da fare tutto il giorno e si annoiano a morte. E poi dalle terrazze si arriva bene ai rami dei ciliegi e a giugno io e Marco si prendono  delle belle ciliege  sporgendosi dalle ringhiere e gli si buttano giù ai pazzi, che le ciliege dure gli piacciono anche a loro. Insomma, io credo che io a Marco ai pazzi di San Salvi gli si stia proprio simpatici. Però  il nonno di Marco  non vuole e una volta che ci ha trovati la sopra ha rincorso  Marco e gli ha tirato due schiaffoni. Perché è abituato con i pazzi che li pigliano a schiaffoni quando fanno qualcosa che non gli garba. E da quella volta noi i pattini li tiriamo fuori solo quando lui prende la macchina e va a fare un giro con la moglie fuori dai cancelli del manicomio.
            La mattina, proprio quando passo davanti a San Salvi per andare a scuola, vengon  giu’ dalla discesa del passaggio a  livello  i dottori dei pazzi a prendere il caffè dal Reddìti. Il capo dei dottori e’ proprio il nonno del mio amico Marco, che  e’ vecchio e ci ha la pancia  e  i  capelli bianchi e porta sempre la camicia bianca e la cravatta con il panciotto. In casa sua invece va  a giro vestito normale, ma la mattina quando va a prendere il caffè dal Redditi  si mette il camice bianco aperto e la cravatta sulla pancia e parla a voce alta e cammina un passo avanti  e gli altri fanno sempre di sì con la testa. Io i primi tempi lo salutavo, ma lui guarda sempre in alto e non risponde mai, e allora io cambio marciapiede quando lo vedo arrivare.  I miei amici dicono  che bisogna star lontani  dal  professore dei pazzi, perché’ se non gli piaci lui  allunga  un dito, e zac, ti ritrovi rinchiuso a San Salvi. Io  lo so che non è vero, perché’ al mio amico Marco il nonno tira schiaffoni,  ma con i pazzi non ci ha mai rinchiuso anche quando si pattinava  sui corridoi di mattoni. Poi io lo so  come fanno a rinchiudere  i pazzi, perché’ davanti a casa mia ce n’abbiamo uno, che si chiama  Luigino,  il figlio della Beppa. Tutti gli anni di primavera lo mandano fuori da San Salvi e lui si mette  in casa con la Beppa e non fa nulla da mattina a sera e per passare il tempo va avanti e indietro sul viuzzo parlando da solo e quando vede qualcuno, ride. Le donne hanno paura e non ci passano volentieri dal viuzzo quando c’è a giro lui, ma a noi  ragazzi  Luigi non ci da’ noia. Ogni tanto Luigino sente la luna e comincia  a dare in escandescenze. La Beppa c’è abituata e allora lo lascia strillare e lo chiude dentro la stalla.  Ma dopo  arrivano quelli della Croce Verde con la carrozza  e la camicia di forza. L’ultima volta Luigino e’ scappato dalla finestra della stalla e gli infermieri dei pazzi l’hanno dovuto rincorrere  per i campi  e l’hanno riportato alla carrozza con la croce verde che era ferma in mezzo al viuzzo,  e gli infermieri lo hanno riportato indietro dai campi legato come un salame con la camicia di forza e lui strillava e ci aveva la schiuma alla bocca. A me  mi dispiace  quando lo vengono a pigliare in quel modo per rinchiuderlo, perché’ Luigino non da’ noia a nessuno e poi ne conosco di  messi peggio di pazzi a San Salvi. Le donnine del viuzzo diventan nervose quando senton strillare  Luigino dall’uscio della Beppa. Secondo  me lo chiamano loro quelli di San Salvi  per  farlo rinchiudere in manicomio. Ma  il nonno di Marco  ce n’ha anche troppi di pazzi dentro San Salvi, e son sicuro che di Luigino ne potrebbe fare a meno. E poi io non ho paura che i dottori dei pazzi rinchiudano anche me. Queste storie le raccontano i  grandi per far paura  ai ragazzi. Anzi, a me i  dottori dei pazzi quando vado a scuola quasi mi fanno quasi compagnia,  e quando li incrocio dopo il Madonnone, allora vuol dire che sono in orario. L’orologio il babbo non me l’ha comprato, perché’ me l’ asserba per quando passo all’esame di quinta. A casa  m’arrangio con la  sveglia di cucina. Ma la mattina con tutti  i giri intorno alle pozze e i campanelli degli amici da suonare   finisce che mi distraggo e arrivo tardi e il maestro mi chiama alla lavagna e mi interroga anche se non e’ il turno mio. Invece quando incrocio i dottori dei pazzi di fronte al passaggio a livello  vuol dire che  sono in orario e  allora  di sicuro il maestro mi lascia in pace.
            Il  maestro si chiama Mario Verona e sta nel  Palazzone. La casa dove sta lui la chiamano il Palazzone perché è un casone di quattro piani, in mezzo ai campi  e la facciata davanti ce l’ha tutta di pietra, con  le persiane marroni di quelle che scivolan nel muro invece di aprirsi in fuori come le nostre. Quelli  del Palazzone non pagano l’ affitto come la gente normale e son tutti ricchi a parte i Silvestrini che  son morti di fame e stanno in affitto nel seminterrato, dove una volta c’era la cantina del carbone. Loro non hanno mai una lira, perché’ il  Silvestrini non lavora  e passa sempre dal viuzzo con l’ombrello in mano anche d’estate per andare alla bettola di via Aretina e ritorna sempre ubriaco. La mamma fa la donna di servizio a ore e il figliolo vuole fare il cantante e allora ha comprato la chitarra elettrica.  Però quando gli si chiede di farci una sonatina lui dice sempre che gli si e’ imbarcata la chitarra per via dell’umido e che  ora non suona. Chi sa se e’ una scusa o se gli s’e’ rovinata  la chitarra per davvero.
            I ragazzi del Palazzone non li fanno mai uscire a giocare con noi.  Ce n’è una dell’età nostra al pianterreno che sta tutto il giorno a guardarci dalla finestra e siccome ha i capelli gialli,  noi ragazzi  la chiamiamo Frittella. Il suo nome non lo sa nessuno perché’ va alla scuola privata e non alla Giotto come noi.     
            Il  mio maestro sta di casa  al terzo piano del Palazzone insieme al fratello della moglie che non è sposato e si chiama Napoleone. Napoleone  va sempre a giro col vestito scuro elegante anche d’estate quando si suda e ha i baffi neri voltati all’insu’ come il marito della nonna nella fotografia in camera mia. Lui sta insieme al mio maestro al secondo piano nella camera  d’angolo che guarda il campo del Benelli e dicon che dorme con  la cassa da morto sotto il letto. Lui tiene anche una barca a remi di proprietà da Trocilo sull’Arno e ci porta le spasimanti  a spasso sull’acqua quando fa buio. Noi quando si vede arrivare Napoleone la ganza, si smette di giocare a nascondino e gli si va dietro  passando dai campi, e poi ci si nasconde tra le frasche a guardare cosa fanno nella barca. Sull’acqua però c’è quasi sempre buio e non si vede un accidente. Guido Picchiani  mi ha detto che una volta  c’era la luna  e che Napoleone gli ha levato le mutande a una  spasimante.  Io però non ho mai visto nulla, le volte che sono andato sull’Arno a guardare Napoleone. E poi sarei curioso di sapere se e’ vera la storia della cassa da morto sotto il letto. Però se glielo chiedo al maestro Verona  se ne prende a male di sicuro. Certo alle donne Napoleone non deve piacere, perché’ tutte le settimane ne porta una nuova sull’Arno e non si sposa mai. Secondo me scappano  perché’ hanno paura della cassa  da morto sotto il letto.
            Io sono uno dei pochi  a Bellariva che  il Palazzone  l’hanno visto da dentro perché’ loro tengono il portone sempre chiuso e non come in casa mia che entra e esce chi gli pare. L’anno passato però ho avuto il morbillo e sono stato a casa malato per un mese. Allora ero rimasto indietro con la scuola e il maestro mi ha  chiamato un pomeriggio al Palazzone e mi ha fatto fare un ripasso di tutta la geometria che mi ero perso e allora ho potuto guardare tutto dentro e raccontarlo ai miei amici.
            L’ingresso del Palazzone è grande e vuoto e senza biciclette e con le mattonelle lustre di cera. Le  scale sono belle larghe con la ringhiera di ferro battuto e un corrimano liscio e tondo di legno. Poi dalla parte di dietro ci sono delle gran finestre per la luce, che però ci hanno i vetri piombati con i disegni sopra. La casa del maestro e’ la secondo piano e ci ha una porta di legno scuro con una placca d’ ottone lucido che dice: Dr. Mario Verona. Dentro c’è  un corridoio grande e buio tutto pieno di librerie fino al soffitto. Anche le stanze sono piene di libri, perché’ a  parte il maestro, lui di mestiere fa l’archeologo e sa tutto sugli Etruschi e sui Romani. Io anzi credo che il maestro sappia tutto di tutto. Le stanze della casa del  maestro sono grandi e alte e hanno i disegni a  fiori sui muri, che spuntano dalle librerie, lassù verso il  soffitto.  Il maestro quella volta che ero stato malato e sono andato da lui di pomeriggio,  mi ha detto che posso andare a leggere i libri quando voglio a casa sua. Ogni tanto ci vado davvero e lui mi chiede che cosa mi interessa leggere e poi mi da’ un libro vecchio e mi mette sotto una libreria  a sedere davanti a un tavolino con  la lampada verde di vetro sopra . La cassa da morto sotto il letto di Napoleone non mi è mai riuscito vederla, anche se ogni tanto sbircio il corridoio per vedere se mi riesce di guardare dentro la stanza d’angolo, che è quella di Napoleone. Poi davanti al tavolo con il lume verde  ci sono dei gran libroni d’arte e una volta che il maestro è andato giù a prender la posta e mi ha lasciato solo, mi son messo a sbirciarne uno che era pieno di  vasi etruschi con un sacco di omini con le zampe di porco e con il cinci ritto grande quanto un braccio che rincorrevano le donne  nude. Il libro l’ho rimesso subito a posto, perché’ se mi trova il maestro con quello in mano magari mi butta fuori e lo racconta al mio babbo.
            Il maestro per andare a scuola esce di casa tutte le mattine alle otto, ma passa sempre da via di Bellariva e per il viuzzo non ci passa mai. Meglio così perché’ se no mi farebbe la predica per via dei salti sulle pozze. Però  a volte io sto a aspettarlo davanti a casa e andiamo a scuola insieme con i miei compagni di Bellariva. E’ divertente  quando ci  racconta le storie prima d’arrivare alla Giotto. Mio fratello Alberto non ci crede  quasi mai alle storie del maestro.  L’altro giorno  ci ha raccontato  che quand’era in India ha visto la lotta d’una tigre con un leone e che ha vinto la tigre. Alberto quando glielo ho detto si è messo a ridere. Secondo lui e’ una balla perché le tigri e i leoni stanno in posti differenti e non fanno la lotta. Io invece penso che se una tigre incontrasse un leone  vincerebbe di sicuro perché’ la tigre è fortissima e se non fosse la più forte di tutti  Salgari non avrebbe chiamato Sandokan “la tigre di Mompracem”.
            Il Maestro ha  i baffi lunghi e grigi, un nasone curvo in mezzo alla  faccia grassa e  la pancia con le mutande che gli spuntano dalla cintura. Lui ci mette mezz’ora ad arrivare a scuola perché’ cammina piano. Racconta che ha girato  il mondo per lungo e per largo. Mio fratello  Alberto non ci crede mai a queste storie e dice che  il maestro  ha i piedi piatti e a girare il mondo con quei piedi ci avrebbe messo duecent’anni; anzi, per farmi arrabbiare, quando gli dico che  il maestro  e’ stato in Africa ed è proprio  lì che ha visto la lotta dei leoni con le tigri,  Alberto lo chiama  “l’ebreo errante” e gli fa la caricatura  con un gran nasone  sulla lavagnetta nera che sta appesa in cucina di casa nostra. Alberto  si diverte sempre a fare le  caricature  sulla lavagna e  quelle che gli piacciono di più sono il maestro con il naso a uncino che cammina nel deserto oppure la testa mia vista di profilo. Lui dice sempre che la mia testa è  grossa come una zucca e mi chiama “cippo”  invece che Piero e  mi fa la caricatura. Meno male che non me ne prendo tanto a male.
            Anche se Alberto lo chiama ebreo errante, a  noi  il maestro non ce l’ha mai detto che è ebreo. Ma quando viene il prete in classe lui sta a sentire  da una parte con un libro aperto e  fa finta di leggere e non si fa  mai il segno della croce. E poi si capisce da lontano che  a quelle cose che dice il prete lui non ci crede, perché dice sempre che in classe comanda il maestro e non il prete.
            Anche il direttore della scuola non lo fa mai venire in classe  Dice il maestro che il  direttore è fatto solo  per comandare  nei corridoi. All’anniversario della Vittoria il direttore, siccome è stato da ragazzo alla guerra del 15-18, ci fa fare  la celebrazione. Alle dieci si va tutti in fila nel giardino della scuola, i maschi col grembiule nero e le femmine dietro la rete  nella zona  loro, col grembiule bianco insieme alle maestre e alle custodi vestite di bianco anche loro. Dalla parte nostra del giardino si fa l’alzabandiera e  siccome è l’anniversario della vittoria il direttore  ci parla della patria e del tricolore. E quando parla della patria, dice che la patria è come la mamma, e che  bisogna volergli bene e quando arriva a questo punto tutti gli anni  si commuove e comincia a farfugliare e tira fuori il fazzoletto per asciugarsi le lacrime. La prima volta ci siamo impressionati, perché’ si e’ messo a parlare della morte della mamma e piangeva come un vitello. Gli anni dopo invece a noi della classe del Verona ci scappa  da ridere, e dopo la cerimonia il  maestro si mette a  fargli  il verso e lo prende per il fondelli per via della storia della mamma che è come la patria, che  c’entrano come il cavolo a merenda,  e poi dice che il direttore è uno sciocco e che meno male che  fa scuola  solo alle bidelle nei corridoi. Dev’essere vero quello che dice il  maestro perché nel corridoio ci sono le stampe grandi  in bianco e nero con EF cancellato (che vuol dire Era Fascista,  e  il direttore l’ha cancellato se no l’arrestano). Proprio accanto a classe nostra c’è la stampa di  Muzio Scevola che si brucia il braccio di fronte a Porsenna e  davanti ai cessi ce n’e’ un’altra con Pietro Micca che entra in una galleria tenendo la miccia in mano per salvare il fortino assediato dagli Spagnoli. Il maestro invece attaccati al muro  in classe ci tiene solo i mappamondi e i lavori di stucco colorato di noi ragazzi e dice che queste storie del direttore son tutte sciocchezze e  anche  di Pietro Micca non ce ne parla mai.
            Al maestro poi le guerre moderne  non gli piacciono. Invece ci ha fatto fare il plastico della battaglia di Annibale al Trasimeno con tutte le legioni schierate, ognuna  a forma di quadrato, e le abbiamo  fatte noi  con lo stucco e le punte di spillo e ogni punta di spillo è un elmo di soldato. E poi abbiamo messo  un punto grigio per gli elefanti dei Cartaginesi e poi lui ci ha detto che magari  un giorno ci porta in gita al Trasimeno e ci spiega come fece  Annibale a fare a pezzi i Romani scendendo dalle colline con la  cavalleria e buttando i legionari nel lago, che ancora oggi ripescan le corazze e le spade dai fondali. Di queste cose se ne intende davvero e neanche Alberto ci ride. Perché’ il maestro  e’ un esperto di scavi e ci porta sempre a vedere le cantine dei palazzi e delle chiese e a  vedere i pozzi degli Etruschi e le fondazioni delle case dei Romani. Certo sui re di Roma non vuole storie! L’altro giorno ha fatto scrivere al Cerchiai cento volte Numa Pompilio  perché’ non si ricordava il nome dei re di Roma in fila. Io credo che il maestro sia un simpatizzante degli Etruschi perché’ di loro parla sempre bene e  dice sempre cattiverie su tutti gli altri. E’ poi gli Etruschi sapevano far  le tubazioni  dell’acqua e gli archi di pietra e  il bronzo e i buccheri e  qui e  là. Secondo me lui è più  Etrusco che Ebreo. A volte però è una   carogna. Se sbagli una somma ti da cinque e se non capisci il problema quattro. E  se la volta dopo risbagli, ti da’  tre e dopo ancora due, fino a che non arriva a zero. E poi è sempre a far le classifiche tra i ragazzi  come nel campionato di calcio e  a quelli meno bravi gliene fa di tutti i colori. L’anno scorso chiese  al Bini di dire il nome di un pesce  e siccome quello rispose, “baccala’”, da  allora  il maestro lo chiama  Baccala’ e non Mario Bini per nome e cognome. E quando uno fa un errore di ortografia, lo tiene mezz’ora in piedi accanto alla cattedra a fare le aste come se fosse un bambino dell’asilo. Io scrivo male, e  allora lui dice che sono un caso disperato  perché’ la maestra all’asilo mi hanno insegnato la  cacografia, che in greco sarebbe  come a dire l’arte di scrivere male e così mi ha rovinato a vita, perché’ la zona del cervello dove di solito ci sta la scrittura nel caso mio e’ tutta piena di scarabocchi. Ma non ce l’ha solo con me. L’altro giorno per esempio  se l’è presa col Vannini, uno dei ciuchi di classe.
            -A casa tua Africa si scrive con tre effe, vero? Me l’hanno detto i tuoi genitori che quando s’e’ sposato tuo fratello  hai scolato una bottiglia di Vermouth sotto il tavolo e da quella volta il Vermouth ti ha fritto il cervello. E’ per questo che  non sai distinguere le doppie! E cosi’ rimarrai stupido e analfabeta per tutta la vita!
            E il povero Vannini la prima volta si è messo a piangere. Poi siccome il maestro  insiste sempre su questa storia del Vermouth  lui non prova nemmeno a correggere le doppie e finirà che boccia davvero e va a scuola dalla maestra delle classi differenziali dove sono tutti  scemi.
            Il primo giorno di scuola  in quarta il maestro Verona non mi conosceva perché’ mi ero trasferito  dalla De Amicis e allora, tanto per tastare il terreno,  m’ ha chiesto il gerundio del verbo essere. Il gerundio con la maestra di terza non l’ avevo studiato e tanto per buttare là qualcosa,  ho  provato a indovinare:
            -io sono tu sei egli e’....
            Allora tutta la classe s’e’ messa a sghignazzare e lui mi ha chiamato “gerundio”  per un mese. E se avessi continuato a sbagliare i verbi  sono sicuro che continuerebbe a chiamarmi gerundio anche oggi! E’ proprio una merda quando prende in giro i ragazzi.  Tutti i giorni se la rifa’ con qualcuno e in particolare con gli asini, e invece di dirci chi e’ il più’ bravo, ci dice  solo chi e’ il più’ ciuco della giornata. Sembra che gli faccia piacere avere degli asini in classe, così almeno si può divertire alle spalle di  qualcuno. Lui dice sempre che la scuola è come un treno, dove c’è la prima e la terza classe. E quelli in terza  classe dovranno tirar sempre la carretta. E dice anche che e’ per questo che lui li tratta come ciuchi, così si abituano a  tirare la carretta. Dopo la storia del gerundio credevo che avesse messo in terza classe  anche me, e ho pianto tutti i giorni e quando tornavo a casa  Alberto apriva la portai alzandosi dal tavolo dove studia e mi diceva:
            -Hai preso  quattro? Hai preso la  seggiolina? Allora accomodati!
E mi metteva sotto il sedere  la seggiola di camera sua, che  assomiglia ai quattro del maestro. Allora mi sono messo a studiare come un cretino e non ho preso più seggioline a matematica e non sbaglio nemmeno i verbi e le doppie, perché mi voglio chiamare Piero e non Gerundio.
            Però le storie che racconta il maestro a volte sono belle davvero. A me piace soprattutto  quando ci fa vedere sulla carta di Firenze la città Romana nascosta intorno a piazza Signoria, che si vede proprio bene,  con le strade diritte, il decumano, il mercato e il circo dei gladiatori, proprio sotto via Torta accanto a piazza Santa Croce. Sarebbe bello  scavare  sotto Firenze come hanno fatto a Pompei. Poi ci ha spiegato il maestro come si fa a trovare le città  Etrusche. Questo e’ facile davvero, quando uno sa il trucco. Le città latine finiscono tutte in anus e  culus. Questo tanto per farla breve. E il maestro ci ha raccontato che lui e i suoi amici  hanno trovato un sacco di tombe etrusche in Toscana  scavando intorno ai paesi che non finiscono  per “culus”, come Loro Ciuffenna o Cerveteri. Nell’armadio di classe ci sono anche  dei vasi che il maestro ha trovato negli scavi  insieme agli arnesi e allo stucco per i plastici, anche se è proibito. Ma il maestro di vasi etruschi pieni di  pitture ce  n’ha la casa piena  e  non sono neri e semplici come i buccheri  dell’armadio di classe.

            Il maestro  l’anno scorso  ci ha portato al museo di via della Colonna e ci ha fatto vedere le cose che ha trovato  con questo trucco del culus e dell’anus. Gli volevo dire, però che ce l’ha insegnato lui che  Firenze si chiamava Florentia ai tempi dei romani, che sarebbe  a dire la città’ della dea Flora, che  e’ la dea della primavera che non ha nulla a vedere con il culo.  Ho lasciato perdere, perché’ con lui va a finire  che  invece di chiamarmi Gerundio mi  chiama Pierinculus per un mese. E’ capace di questo e d’altro.

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