28.
STORIA DI PRISCILLA, PITTRICE


C'era una volta una bambina  chiamata Priscilla, nata nel centro di Firenze antica, che rimase  orfana di tutti e due i genitori durante la peste nera che ammazzò metà della popolazione della città nel mille e trecento.
Siccome non aveva nessuno che le potesse star dietro perché tutti i suoi parenti erano morti, era stata affidata agli Innocenti.
Quando diventò più grandicella fu mandata in un convento, aspettando che prendesse il velo. Ma siccome dopo la peste i conventi di Firenze erano tutti mal messi,  la bambina fu mandata lontano, all’Isola d’Elba, dove la peste non era arrivata e le condizioni di vita erano  migliori.  
Il convento era sulle colline sopra Portoferraio,  in mezzo alle vigne e ai boschi dell’isola e Priscilla passava il tempo quand'era estate nel giardino  sotto un grande pino di fronte al mare  e d’inverno nella biblioteca.
Siccome le suore si erano accorte che era brava a disegnare,  l’avevano messa a illustrare libri di preghiere, che poi venivano venduti alle famiglie ricche per mettere insieme i soldi per tirare avanti il convento.    



Le pagine da illustrare erano  piene di  preghiere noiose, ma ogni tanto al posto delle lettere c’eran note musicali e canti. Così, nelle giornate invernali, quando era troppo freddo per stare in collina  a guardare il mare, Priscilla passava le ore a dipingere e a cantare. E per annoiarsi meno, mentre passava il pennello sulle grandi pagine di pergamena, si divertiva a cambiare le parole delle preghiere e a canticchiarle tra sé e sé. E così
         
          Padre mio che sei nei cieli
Benedetto sia il tuo nome
          Non indurci in tentazione,
 diventava sulla sua bocca:
         Bel biondin che stai sul pesco
         Se ti vien la tentazione
         Vieni qui che è bello e fresco
         e ti aspetto con passione.

Le monache la lasciavano fare, perché in fondo  erano stufe di preghiere e di funzioni e la voce intonata di Priscilla faceva compagnia nelle lunghe serate d'inverno.
Passarono così diversi anni e la ragazzina, diventata donna, era sempre meno soddisfatta della sua vita con le suore, perché non succedeva mai niente di interessante e non si vedevano mai facce nuove nel convento, che  era rinchiuso da alte mura, costruite per proteg­ger le suore dai pirati saraceni.
Priscilla aveva sentito dire che i pirati saraceni erano uomini malvagi, e aveva letto nei libri della biblioteca che non credevano in Cristo e chiudevano le donne negli harem. Tuttavia era affascinata dalle loro barche a vela triangolare, 
Li­bere come uccelli, che comparivano lontano nel mare a primavera con i venti del sud.
Così, una mattina quando all'avvicinarsi delle navi pirata la campana del convento suonò a stormo in segno di pericolo, invece di ri­fugiarsi  dentro il castello del porto come tutti gli altri, Priscilla  scappò nel bosco intenzionata a  vedere che aspetto avessero i famosi corsari.
Dopo aver  attraccato in una baia lontana  e vagato tutto il giorno per l’isola in cerca di preda, i  pirati saraceni tornarono sulla riva del mare e accesero un grande fuoco per arrostire le  pecore trovate sulle colline. Erano uomini giovani, vestiti con tuniche colorate di cotone, ricamate intorno al collo e armati di spade ricurve. Mangiando scherzavano tra loro e alla luce del falò i denti bianchi contrastavano col colore scuro dei volti barbuti.
Priscilla, che ne aveva abbastanza di stare con le suore, deci­se che voleva seguire i pirati per viaggiare e vedere le città dall'altro lato del mare.
Così si diresse con passo deciso verso quello che sembrava il capo dei pirati e salutando il resto della compagnia con un cenno, si mise seduta di fronte al fuoco.
I pirati spalancarono gli occhi dalla me­raviglia perché erano abituati a vedere la gente scappare ter­rorizzata di fronte a loro. Ma il capitano della nave, che era un principe arabo della città di Granada, capì che quella era una donna di qualità non comuni, e presala a bordo della nave, invece di venderla schiava al primo porto, come di solito fa­cevano i Saraceni, la portò in viaggio con sé fino alla città di Granada, dove abitava il vecchio re, che era suo zio.
Priscilla imparò rapidamente l'arabo e presto a corte si venne a sapere della sua abilità di pittrice. Il re, curioso di vedere di che cosa fosse capace la giovane straniera, le ordinò di decorare il grande libro del glorioso regno di Granada, che era una storia di cava­lieri, di duelli, di sangue e di grandi battaglie. Ma per il Corano era proibito rappresentare figure, perché questo è solo il mestiere di Allah. Le ordinò quindi di decorare i testi con disegni geometrici, come hanno l’abitudine di fare i mussulmani.
Priscilla chiese oro in polvere, inchiostro di china, color di smeraldo, di topazio e di rubino, bianco di piombo e un anno di tempo per dipingere. Si sistemò in una stanza del palazzo e cominciò a lavorare al grande libro di  pergamena del re. Ma sulla prima pagina scris­se:
           Se volete qui trovare
         Una storia assai feroce
Sarà meglio non cercare
Perché a lei non darò voce.
E invece di illustrare con forme geometriche la storia dei guerrieri saraceni, riempì i bordi della pergamena con figure di giovani e fanciulle,  musica e fiori. E alla fine del libro scrisse:
         Non dobbiamo più fare guerra
Ma la pace preferire
          Non dobbiam guastar la terra
Ma lasciarla rifiorire.
     
       Quando dopo un anno il libro fu presentato al re di Granada, il vec­chio sovrano  andò su tutte le furie e voleva far tagliare la testa a Priscilla per disobbedienza.  Ma alla fine, convinto dalle insistenze del nipote, decise di sfogliare il libro e si appassio­nò talmente alla  contemplazione  delle figure che Priscilla aveva disegnato sul libro che non prese sonno per sette giorni e sette notti di seguito e dopo averlo finito di sfogliare, smise di fare guerre e decise di costruire  il palazzo dell'Alhambra, che è una delle meraviglie del mondo.



Priscilla  diventò il braccio destro del primo architetto del re, e disegnò tutti gli stucchi dei soffitti e delle pareti e i disegni delle piastrelle di maiolica dei pavimenti che potrete ancora oggi ammirare visitando Granada.
E  quando gli Arabi furon cacciati dalla Spagna, il re di Granada si portò dietro in Africa il grande manoscritto illustrato da Priscilla. Uno di questi anni sarà  riscoperto  in una biblioteca antica e diventerà una delle meraviglie del mondo. 


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