Duccio e la crociata dei bambini
C'era una volta, in un paese della
Baviera, un bambino di nome Duccio, figlio di
un mercante fiorentino.
Il babbo di Duccio una volta all'anno
andava in Germania a vendere panni e broccati di Firenze e in questo modo aveva conosciuto una bella
ostessa, di cui si era innamorato e dal loro amore era nato Duccio.
Duccio abitava in Germania con la madre e vedeva il suo babbo solo di tanto in tanto. Passava il
suo tempo giocando con i bambini
della sua età e andando a scuola
dal prete, che era l'unico maestro del paese e che insegnava anche il latino.
Duccio non era molto contento della
sua vita in Germania e avrebbe voluto seguire il padre vendendo le stoffe di Firenze nei viaggi intorno al mondo. Aveva da tempo cessato di divertirsi
giocando a saltarello e a pallina per le strade del paese. Ma il padre non lo voleva in viaggio fino a che non avesse compiuto il quindicesimo anno, e non
c'era protesta che lo convincesse.
Bisognava che Duccio rimanesse con la madre e intanto studiasse bene il Tedesco
e il Latino.
Ma la pazienza non era la sua principale
qualità. Così, un giorno di maggio, mentre scacciava
le mosche seduto sul parapetto del ponte del paese, sentendo un rumore di tamburi
lungo la strada, decise di vedere che
cosa stesse succedendo e si mise in cammino. Dopo un paio di miglia si imbatté in un grande corteo di ragazzi, vestiti
con buffe tuniche bianche, su cui
erano dipinte grandi croci rosse.
In mezzo al corteo, sopra un baldacchino trainato da due mule, c'era un
ragazzo sui dodici anni, con un
grande mantello bianco con la croce che viaggiava abbracciando
uno spadone, lungo una volta e mezzo le sue gambe.
Era il capo dell’esercito dei
bambini-crociati che stava percorrendo l'Europa diretto verso Sud, per imbarcarsi verso Terrasanta, dove avrebbero fondato il
regno dei bambini di Dio. Duccio, che cercava una buona scusa
per allontanarsi dal villaggio materno,
decise di tentare l'avventura e di unirsi a loro.
All'inizio tutto andava per il
meglio. La gente lungo la strada
offriva da mangiare e da bere e nonostante
che il cammino fosse lungo e le montagne da passare fredde e scoscese, non
mancava mai nell’esercito dei bambini crociati il buonumore. Dopo tre mesi di
cammino arrivarono al porto di Brindisi e si
diressero verso il mare, che la maggior parte di loro mai aveva visto.
Il mare era grande, bello e. profondamente blu, e si estendeva a perdita
d'occhio senza far intravedere
altra terra. Un po' preoccupati i ragazzi si
riunirono in consiglio, per decidere come raggiungere la Terrasanta, che era
dall'altro lato del mare. Dopo qualche ora il generale-capo
sali' sul baldacchino dorato e fece questo discorso:
"Amici e compagni di viaggio e
d'avventura , non vi scoraggiate! Non siamo forse noi i bambini soldati
di Cristo? E non e' forse Dio padrone del cielo, della terra e del mare? Gesù non ha forse camminato sulle acque? Vedrete che non ci abbandonerà!"
Detto questo prese in mano una verga
di legno, si inginocchiò di fronte al mare e
disse: "Gesù', nostro Signore, fai che il mare si
apra di fronte a noi, così come si apri davanti a Mosè! Facci arrivare in Terrasanta così che possiamo fondare il tuo regno!"
E brandendo la verga, cominciò a battere sulla sabbia della riva gridando:
"Mare, apriti!"
Ma il mare, guardava i ragazzi con grandi
occhi blu un po' po' compassionevoli,
senza alcuna intenzione di aprirsi.
"Mare apriti!" "Mare apriti!"
continuavano ad
implorare i ragazzi, unendosi al loro capo. Dopo una
giornata di' tentativi e mille preghiere a tutti i santi del mondo, il mare era sempre chiuso e immensamente
grande. Esausti i bambini si gettarono sulla sabbia piangendo disperati.
I ragazzi furono tutti incatenati e rinchiusi
nelle stive delle navi
saracene per essere venduti come schiavi e i mercanti genovesi tornarono a casa con un carico di pelli marocchine
ottenute in cambio dei giovani schiavi.
Le navi pirata si
diressero verso Tunisi e .chiusero i ragazzi in un grande recinto nella zona del
porto, in attesa di trovare chi li volesse
comprare. Ma salvo alcune centinaia aiutati dalla bellezza e dal colore chiaro
dei capelli che furono comparati dai
ricchi mercanti della città, per gli altri le cose non furono facili. Tunisi era una città grande e popolosa e non c'era bisogno di nuove bocche da sfamare.
Il Bey di Tunisi, che era persona molto buona e saggia,
intristito dalla sorte dei ragazzi e preoccupato che scoppiasse qualche epidemia, che poi si
sarebbe. diffusa a tutta la città, era anche seccato di dover alimentare tante bocche in più. Fece allora chiamare indietro il capo dei mercanti genovesi e lo mise in prigione. Dopo di che si avviò al campo dei ragazzi per
decidere cosa fare.
Capirsi non fu facile, perché'
la maggior parte di loro conosceva solo il Francese, l’Inglese, il Tedesco, l’Italiano ma non l'arabo. Ma si avanti Duccio, che oltre al tedesco e all’Italiano conosceva
il latino del prete e spiegò
al Bey che volevano andare in Terrasanta a
fondare un regno.
Il Bey rispose a Duccio che in Terrasanta abitavano i Palestinesi, che non avrebbero lasciato 1l loro paese per far posto agli stranieri.
"Resterete qui con noi per qualche
anno, imparerete un mestiere e la lingua araba e poi ritornerete a casa e spiegherete
a tutti che vogliamo
vivere. in pace con i Cristiani."
I bambini vennero messi
a bottega con orafi ed artigiani, e impararono a lavorare la filigrana d'argento e la seta, a conciare il cuoio e a
intrecciare vimini. Si fecero un sacco di amici e gli passò la voglia di invadere la
Palestina.
Dopo qualche anno si imbarcarono di nuovo verso Nord, perché ebbero notizia che si preparava a-Brindisi una nuova crociata di Re cristianissimi. Ormai erano uomini fatti, in grado di portare le
armi e anche di capire come vanno le cose del mondo. Arrivarono a Brindisi e
furono ammessi al porto come volontari per
la nuova spedizione. in Palestina. Ma
durante la notte, mentre tutti erano addormentati, legarono come salami i
generali dell’esercito crociato. buttarono a mare tutte le armi e le altre macchine
da guerra e convinsero i soldati a tornarsene
a casa.
Le navi da guerra furono trasformate in barche da pesca r i generali
dell’esercito crociato, rimasti disoccupati,
si ridussero a chiedere l'elemosina sul sagrato delle chiese della città.
Alla fine i ragazzi tornarono alle loro case raccontando
le cose che avevano visto e imparato e
la loro avventura con il Bey di Tunisi. Non venne più in mente a nessuno
di organizzate altre crociate per
invadere le terre degli Arabi.
Duccio ritornò a Firenze dal suo
babbo e diventò ricco sfondato commerciando stoffe di lusso con l’oriente, ora
che parlava e scriveva l’Arabo perfettamente insieme alle lingue di tutta Europa che aveva
imparato da prigioniero. Tutti lo chiamavano Duccio Saracino e con i soldi
guadagnati si fece costruire un bel palazzo. Sull’angolo del palazzo, in
ricordo del Bey di Tunisi, ci fece
mettere lo stemma con una testa di un moro e una benda sulla fronte. E ancora lo potete vedere se passeggiate nel
centro di Firenze col naso all’insù.
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