Il regalo delle fate
STORIA DI GUIDO E DELLA FATA RAMARRINA
Era proprio una giornataccia quando Guido si avviò verso la montagna piena di boschi che separa la valle di Firenze dal Mugello, che
si chiama Monte Giovi perché tanto tempo fa era la montagna del Giove. C'erano
grandi nuvoloni su Firenze con qualche
lontano rumore di tuono, ma visto che
non aveva cominciato a piovere Guido decise di avventurarsi nella
foresta comunque.
La strada arrivava fino a un gruppo di
case di pietra abbandonate e dopo iniziavano tre sentieri verso la cima montagna. Guido prese quello di sinistra e si incamminò nel bosco che era silenzioso e
solitario. Dopo pochi minuti, il
temporale che si era preparato brontolando decise di aprire le sue
cateratte di acqua. La pioggia rimbalzava
agli inizi sugli aghi degli abeti ma dopo
pochi minuti gli alberi erano zuppi e rivoli di acqua scivolavano sui rami e bagnavano il sottobosco. Era fine estate e una nuvola di nebbia
densa si liberava dal terreno,
lasciando intravedere qualche roccia
sporgente e il profilo verde scuro degli
abeti.
Non c'era rumore e
sembrava che l'acqua fosse l’unico
abitante della foresta. Pioveva troppo per ripararsi dall’acqua e Guido
aveva deciso di godersi la passeggiata ascoltando il cic-ciac dell'acqua nelle scarpe. Si sentiva padrone
della foresta insieme alle
chiocciole che sembravano perfettamente a loro agio sulle pietre bagnate del sentiero.
La
solitudine e il silenzio avevano convinto qualcun altro
a godersi un giorno di svago facendo capriole sul muschio bagnato. Erano le Fate
Ramarrine, piccole creature magiche del bosco, con vestiti verdi e blu come la pelle dei ramarri,
grandi come una margherita e con vocine squillanti come un campanello d’argento.
Guido si accorse che il suono basso e vellutato della pioggia era interrotto da note acute, che
non assomigliavano al canto degli uccelli e incuriosito si diresse
verso la parte alta del bosco cercando di non far rumore. Ma le Fate Ramarrine avevano vista e udito finissimi.
Infastidite si misero a strillare tutte insieme e circondarono Guido prendendo
a calci le sue scarpe bagnate coi loro
minuscoli piedi.
-Vattene via, la
foresta è solo nostra col tempo cattivo!! Se no ti facciamo la malia tripla e ti
ritorna la varicella, il morbillo e gli orecchioni tutti insieme!"
-Ma io non voglio disturbarvi- rispose Guido-" Sono venuto a
fare splash-splash senza dire nulla alla mamma che non vuole che
esca quando piove! E poi il bosco con poca
gente piace anche a me!
-Sembri un bambino simpatico, commentò una delle Fate. Quasi quasi mi prendo un po' di vacanza e vengo a Firenze a vedere come vanno le cose! Sono trecento
anni che non mi muovo da qui. Per caso non hai un vaso di terriccio?"
-Certo- rispose Guido-:ma che
te ne fai?
- Mi serve per mangiare, una volta al giorno. Mi basta un po’ di muschio e un po’ d’acqua.
Come i funghi del bosco".
-Vieni qui nel mio taschino " propose Guido " Ti porterò a vivere
nella mia stanza e
farai amicizia con i miei Puffi.".
Detto fatto la Fata
Ramarrina fece una piroetta e si sistemò nel taschino della camicia di Guido
dove si trovò subito bene, perché era inzuppato
di pioggia, proprio come piaceva a lei.
Dopo qualche ora di cammino, la Fata arrivò a destinazione nella stanza di Guido a Firenze, che era ingombra di Puffi e di ogni genere di oggetti delle sue dimensioni,
simpatici e molto
silenziosi.
Ma anche se i Puffi e i pelouches di Guido erano una bella compagnia, a una cosa la Fata
Ramarrina non riusciva ad abituarsi. La camera di Guido dava infatti su una delle principali strade della città e grandi
autobus arancioni passavano ogni minuto sotto le finestre, facendo tremare muri e
pavimenti e rendendo difficile persino conversare con Guido, che aveva promesso
di raccontare alla fata tutte le novità.
Dopo aver ripetuto varie volte
:"Cos'hai detto Guido?" la Fata Ramarrina estremamente seccata andò alla finestra, puntò il dito
contro un autobus della linea 17 e disse"Cic-cic-cic.". Il motore del bus si fermò
per incanto e tutti i passeggeri si
misero a gridare perché le porte non obbedivano al
bottone dell'autista e l'autobus non andava da nessuna parte.
Fortunatamente tra i passeggeri c'era
un signore che
da giovane aveva fatto il pompiere, che aprì la porta del bus a calcioni. I passeggeri uscirono
come uno sciame di api e siccome la
strada era stretta,
con un autobus fermo formò in pochi minuti una fila di macchine e ciclomotori
che arrivava a tre chilometri di distanza. Tutti i conducenti si misero a
suonare clacson e trombe, convinti che la colpa dell’ingorgo fosse dell'autista del bus, che aveva piantato tutti per bersi un caffè. Il fracasso diventò peggio di prima e la Fata era sempre più agitata.
-Cos ‘e’ questo baccano ?"-domandò
parandosi le orecchie con le mani.
-Sono i clacson"- rispose Guido.
"E i clacson cosa sono?"
chiese la Fata
-Sono delle trombette che servono a spaventare i
passanti perché si levino dalla strada-Rispose Guido.
La Fata Ramarrina montò di nuovo sul -davanzale della
finestra e fece " tri-bli-li-kud n e come
d'incanto tutti i clacson
e le trombe smisero di suonare. Casi' poté continuare in santa pace a
parlare con Guido.
Qualche ora dopo l'autobus era
sempre nel mezzo di strada, perché a nulla erano valse le ore di lavoro di una squadra di meccanici per
riparare il guasto. Le candele, i pistoni e
i cilindri del motore si rifiutavano di collaborare, nonostante sembrassero in ordine
perfetto.
Erano le otto e Guido doveva arrivare
a scuola. Arrivato al
semaforo sotto casa, mentre una moto da cross senza marmitta, immersa in una nuvola di
fumo e rumore stava
passando sul marciapiede cercando di arrotare i pedoni e di passare l’autobus
fermo nel mezzo di strada,
Guido sopra pensiero
fece " Cic-cic-cic",. La moto si spense
immediatamente e il ragazzo che la
guidava rimase come un salame nel mezzo del marciapiede.
Erano le otto e venti e Guido doveva arrivare puntuale a scuola. Allungò il passo, ma arrivato in classe decise di non dire ancora niente ai
compagni delle sue avventure. Appena uscito di scuola camminò verso l'imbocco di
Via Cavour, che congiunge la città nuova con la vecchia trovando un enorme autotreno
con rimorchio che cercava
di imboccare la strada davanti al cinema Principe. "Cic-cic-cic" fece
Guido e il bestione ammutolì fermandosi in mezzo al viale. Guido si mise allora a correre lungo la
ciclabile dei viali cantando " Cic-cic-cic, tri-bli-li-kud " sul
motivo di
"La porti un bacione a Firenze". Il rombo delle macchine si trasformò
in
un coro di voci di autisti furibondi contro i motori che si eran
fermati tutti insieme e dei claxon che si rifiutavano di suonare.
Il segreto non durò a lungo. Presto in
classe di Guido impararono le parole magiche della Fata Ramarrina Tommaso e Daria e poi tutti gli altri. Torme di ragazzi si spandevano
nella città facendo Cic-cic-cic e tri-bli-li-kud a ogni mezzo in
movimento. Non che ai ragazzi non piacessero le macchine e i motorini,
ma era irresistibile la tentazione di immobilizzare un autotreno o una Mercedes con un Cic-cic-cic e vedere la faccia dell’autista
quando si bloccava il claxon con tri-bli-li-kud.
Ormai a Firenze si girava solo in bicicletta, triciclo, in monopattino
e a piedi. Il padrone delle carrozze di piazza del Duomo cominciò a ritornare a casa
a cavallo e chi aveva una bici la tirò fuori dalla cantina e dal garage. Fortunatamente erano rimasti nei
maneggi sulle colline abbastanza cavalli per trainare le macchine ferme
e i camion fuori della città. I padroni della Fiat e della Mercedes pagarono milioni
ai giornalisti per cercare di tener nascosti i fatti fiorentini, ma il cic-cic-cic
e tri-bli-li-kud dei ragazzi
fiorentini fu presto conosciuto in ogni
parte del mondo.
Dopo un po’ di tempo Guido decise di riportare nel bosco la sua amica
Fata, che si era stancata di stare in città, e usando il rampichino della mountain bike in
mezza giornata arrivò con lei a monte Giovi tenendola sempre nel taschino.
Firenze era ritornata bellissima come
un tempo, tutti giravano a piedi e in bicicletta. L’aria era pulita, si
sentivano gli uccelli cantare sugli alberi dei viali e la gente cantava e era
di buonumore muovendosi a piedi e in
bici senza bisogno di stare a dieta per
paura di ingrassare.
Le colline si ripopolarono di contadini
e di animali e il mangiare per la città
arrivava dal Valdarno con i barcaioli e
dalla campagna sui carri dei contadini. I Fiorentini che si erano spostati a
vivere nelle campagne per scappare dal rumore e dall’inquinamento ritornarono
abitare nel centro della città. Cinquantamila mountain bike con diciotto cambi
Shimanu vennero comprate dal comune per i Fiorentini e cento grandi cavalli da
tiro furon regalati dalla regina d’Olanda, che aveva deciso di trasferirsi
qualche mese l’anno in un palazzo del
centro, apprezzando molto che la città
fosse ritornata bella come ai tempi
antichi.

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