Borgo Pinti
STORIA DI DONATO E DEI VETRI COLORATI
C'era una volta
un bambino chiamato Donato, che abitava in un
quartiere di Firenze antica, vicino alla Basilica di Santa Croce. La mamma di Donato lavava i panni
in Arno per i ricchi, perché il babbo che faceva il mercante si era perso in Oriente e non si era rivisto da anni.
Per tirare avanti la famiglia, la mamma mise Donato a bottega da un artigiano che si chiamava Giovanbattista e che costruiva oggetti di vetro.
Giovanbattista aveva la sua bottega in una chiesa
sconsacrata, fredda e buia e col tetto pieno di buchi, che il vescovo di
Firenze gli aveva affittato, in mancanza di
un migliore cliente.
Giovanbattista era un uomo piccolo e
scuro che apriva bocca solo per dire
parolacce e brontolare, anche se portava il nome del Patrono di Firenze, quel San Giovanni
amico di Gesù che battezzava
la gente ed era gentile con tutti. Ma il
maestro di bottega era in fondo un brav'uomo anche lui e aveva due mani d'oro, da cui uscivano ogni giorno sirene di vetro
colorato dalla lunga chioma e con la coda a scaglie d’argento, calici da vino i
giorni di festa, lampadari di cristallo a gocce color di luna, vasi da
fiori, animali fantastici, come i
centauri e le chimere. I suo clienti erano i ricchi mercanti, che avevano un sacco di soldi da spendere e una
passione per le cose strane. Ma
compravano qualche oggetto di vetro
colorato anche i Fiorentini normali.
Dopo anni passati in bottega con Giovanbattista,
Donato aveva imparato le
cose più difficili del mestiere di vetraio e anche lui sapeva dare al vetro ogni forma e colore e costruire oggetti
bellissimi.
Il guadagno non era male, ma Donato non era contento, perché le
sue opere di vetro andavano disperse nelle famiglie di Firenze e
passando di mano in mano chi sa ne sarebbe rimasta intera qualcuna. Il suo migliore amico Paolo faceva invece il pittore e stava allora disegnando due grandi cartoni di battaglie per Lorenzo de' Medici, l’uomo più ricco e
potente della città, che voleva quadri nuovi per la sua camera da letto. Paolo avrebbe dipinto con quei disegni due
tavole di legno di pioppo
che di sicuro non si sarebbero
perse o rovinate nei prossimi dieci secoli almeno. Aveva anche affrescato il chiostro verde di Santa Maria Novella, con una
bella storia del diluvio universale con gli uomini cattivi che affogano e perdono il cappello di
lusso nell’acqua del diluvio proprio accanto all’arca di Noè. Anche quell’affresco
a sarebbe rimasto sul muro chissà per quanto tempo. Nei secoli a venire si sarebbe parlato di Paolo nella città di Firenze
e fuori. Ma di un vetraio qualunque
chi se ne ricorderà mai? - diceva Donato tra sé con tristezza-.
Pensa e ripensa,
decise d’andare in Francia a imparar
l'arte di costruir vetrate, perché aveva sentito dire da un mercante che
a Chartres stavano costruendo una grandissima
cattedrale, con grandi pareti di vetro colorato.
Donato rimase in Francia per molti
anni e la gente pensava che avesse fatto la fine del babbo. Ma una sera di primavera, un uomo barbuto e ben vestito bussò alla porta della bottega di Giovanbattista e
il maestro guardandone con attenzione i
lineamenti, si accorse d’aver davanti proprio il Donato che aveva lasciato Firenze tanti
anni prima.
Donato si sistemò nella vecchia
chiesa sconsacrata con gli altri apprendisti e riprese il vecchio tavolo da lavoro. Nessuno
in bottega aveva il coraggio di chiedergli nulla, perché con gli anni era diventato più scorbutico
ancora del suo maestro Giovanbattista.
Passato un po’ di tempo Donato andò
a trovare Paolo, il suo amico pittore. Lorenzo de’ Medici era morto e nessuno
dei nuovi potenti sembrava apprezzare il vecchio pittore, che era ancora più scorbutico di
Donato e che andava d’accordo solo con gli
uccelli che teneva in gabbia in camera sua. Paolo dipingeva solo ritratti di uccelli, per cui a Firenze eran convinti che gli girasse male qualche rotella del capo e lo avevano
soprannominato Paolo Uccello.
Paolo fece una gran festa a Donato,
e si mangiarono insieme una piattata di fagioli all’uccelletto innaffiati da un
bel fiasco di vino. Dopo aver mangiato e bevuto, l’umore di Paolo e Donato era
decisamente migliore del solito.
-Me lo fai un cartone grande a
colori?- Chiese Donato a Paolo.
-Per farne che? Rispose Paolo.
-Il Ghiberti sta facendo le vetrate
del Duomo.
-E noi che c’entriamo?
-Fammi un cartone grande della
natività e lo faccio anch’io un bel rosone di vetro.
-Ma il Ghiberti lo darà da fare agli
amici suoi!
-Fidati di me Paolo, in Francia son
diventato bravo.
E così Donato lasciò a Paolo i soldi per comparsi il cartone e i
colori, perché Paolo con i suoi quadri d’ uccelli di dipinti non vendeva niente
e di soldi non ne aveva uno per far due.
Il giorno dopo arrivò alla bottega
di Giovanbattista un omino piccolo, sudicio e nero che faceva lo stagnino. Lo
stagnino era un operaio che costruiva le gronde dei tetti delle case e non aveva nulla a che fare con gli artisti.
-E' questo dunque che hai imparato in
Francia? - disse ridendo Giovanbattista vedendolo vicino a Donato- Ti metti a costruire
grondaie per la pioggia?
Donato fece una spalluccia al maestro e continuò a
lavorare su pezzi di vetro incandescente,
tagliandole tonde e quadrate con un grande paio di forbici. Quando ne ebbe fatti un gran mucchio, distese il cartone di
Paolo per terra, e cominciò a sistemarci sopra i suoi vetri colorati. Quando
ebbe finito chiese allo stagnino
di legarli insieme col metallo fuso come aveva visto fare in Francia.
Dopo mesi di lavoro, accanto al
banco di Donato era cresciuto giorno dopo giorno un gran tondo di vetro colorato, con la Madonna, Giuseppe
e Gesù bambino davanti al bue che li scaldava dentro la capanna.
Il tondo di vetro era così bello
che Giovanbattista, un pomeriggio
che Donato era fuori mura col suo amico Paolo,
spalancò le porte della bottega in modo che tutti potessero ammirarlo.
Dopo un'ora la parola era corsa per la città di Firenze e
una gran folla ammirava il nuovo rosone che
un garzone di bottega del vecchio Giovanbattista
aveva fatto con un disegno di Paolo Uccello. Lo venne a sapere anche il
Ghiberti che aveva cominciato a lavorare al tondo anche nella sua bottega. Essendo
un artista, non poteva non vedere che il
tondo di Paolo e Donato era davvero bellissimo.
Lo riseppe anche il Vescovo della
città che ordinò all’Opera del Duomo di comprare il tondo di Donato e Paolo per
la cattedrale. Lo potete ancora vedere, alzando la testa, se vi trovate a passeggiare nel Duomo di. Firenze.
E il Borgo in onore di Donato e Paolo fu chiamato Borgo
de’ vetri dipinti. Ora si chiama Borgo Pinti, e quando ci passeggiate pensate sempre a Donato vetraio che è tornato
apposta dalla Francia per far bella la nostra cattedrale.


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