Ferruccio vestito a festa
Verso le cinque siamo partiti per
ritornare al campo. Erano tutti stanchi ed ero stanco anch’io, perché sono stato
tutto il giorno ad aiutare accatastare le
Teller con gli operai.
Ci siamo fermati
al campo e ho deciso di
accompagnare Ferruccio a far provviste perché
mi sta simpatico e anche perché ho voglia di vedere il paese.
Ferruccio non so che età abbia, ma e’ ancora giovane
e mi ha detto il babbo che era in
carcere a Firenze nel quarantatré. E’
forte come un mulo e se c’è da spostare qualcosa di pesante chiamano solo lui.
E’ anche sempre di buon umore e prende in giro tutti, persino il babbo. Però
gli salta facilmente la mosca al naso e
bisogna stare attenti perché quando
s’arrabbia fa paura. Con me però è
sempre gentile.
Il
babbo mi ha raccontato che l’otto settembre del ‘43, quando il generale
Badoglio firmò l’armistizio con gli alleati, i carcerati di Firenze erano
rinchiusi alla Fortezza e c’era anche Ferruccio. Ma la mattina dopo hanno
trovato le porte del carcere aperte e sono scappati. Parecchi di loro sono
finiti tra gli sminatori, perché’ i Tedeschi cercavano gente per levare
le bombe degli Americani e non
guardavano tanto per il sottile, tanto nessuno lo voleva fare quel
lavoro. Ferruccio invece dei Tedeschi non si fidava e non sapeva dove andare,
e siccome aveva paura che a stare a strasciconi a Firenze qualcuno
finisse col riacchiapparlo e mandarlo nell’esercito dei Repubblichini e decise di scappare dai partigiani a Monte Giovi. A fare lo sminatore s'è messo
dopo la fine della guerra.
Io sono curioso delle storie dei
partigiani e non ho ancora ben capito se eran buoni o cattivi. Il babbo
non ne parla mai e io non sono riuscito ancora a farmi un’idea di quello
che facessero.
Al campo di Cantagallo neanche
Ferruccio parla di queste cose, perché Pasqualino è fascista e
il babbo non vuole che gli operai si mettano a far discorsi di politica, perché’ se no ci
scappa il morto. E allora nessuno dice mai nulla né dei partigiani né dei fascisti.
Stasera nel Jeppone mi sembrava invece il momento adatto per
far due chiacchiere con Ferruccio..
-Ferruccio,
me lo racconti che cosa facevi quand’eri
partigiano sul Monte Giovi?
-Che ti devo raccontare?
-Comincia da principio!
-Mi ci vole
un mese......
-Allora fammi un
sunto!
Ferruccio si mette a ridere e si
vede che gli fa piacere raccontare le cose della guerra.
- Quando
sono arrivato su in montagna facevo poco, perché’ dopo l’armistizio c’erano
un sacco di sbandati a giro, militari italiani,
ma anche iugoslavi, russi. Insomma,
cani e porci dappertutto. I partigiani più vecchi a noi ci facevan
cercar da mangiare. Però i contadini
avevan fame anche loro e nascondevano la roba. Ai contadini non gli piacevano i
Tedeschi, perché eran cattivi e sparavano alla gente, ma non gli stavan
simpatici nemmeno i partigiani che gli portavamo via il mangiare. E poi se i
Tedeschi venivano a sapere che una famiglia dava da mangiare ai partigiani,
salivan su e facevan un macello. Ma anche
noi partigiani bisognava che si trovasse qualcosa da metter sotto i
denti. Tutte le notti che Iddio manda in terra io andavo col mulo
a cercare da mangiare. Sono nato
a Pontassieve e queste montagne le conosco come le tasche dei miei calzoni. E
siccome mi sentivo a casa, andavo tranquillo la notte sui sentieri, anche fuori dal bosco, e la mula la aveva due
sacche di tela bianca per metterci le provviste
e quando c’era la luna i
Tedeschi mi avrebbero visto anche da
Vicchio con quelle sacche chiare sulla
mula. E allora dopo un po’ mandaron su un gruppo di fascisti di Borgo a prendermi a fucilate. Loro non sapevano che
ero solo e anche se erano in tanti mi
fecero un’ imboscata come se invece d’un ragazzo con la mula ci fosse un
battaglione d’Americani. La mula però
era furba e annusò che c’era qualcuno sottovento
e si mise a soffiare come se avesse il raffreddore. Io allora mi immaginai
subito tutto, mollai redini e mula e
scappai alla prima fucilata. Così presero la mula e la tasche di tela, che eran
vuote, perché quella notte non avevo trovato nulla, e io in compenso mi salvai
la pelle, perché’ più in alto nel bosco i fascisti non si fidavano a salire.
Quando ritornai su senza mulo mancava poco che mi sparassero i partigiani. Però
avevan sentito le fucilate e non potevan
pretendere che ammazzassi tutti da solo. Allora mi tennero al campo a far da
sentinella, perché s’erano fatti l’idea che fossi un buonannulla e non sapevano cosa farsene di me, perché’ d’
armi ce n’eran poche.
Dopo
a Monte Giovi si rimase in pochi, perché gli sbandati se n’andarono e i
capi nostri di Monte Giovi si fidavan di
più di me e mi mandavano a spiare i Tedeschi, perchè avevano deciso di fare un imboscata ai convogli sulla strada
prima di Borgo. L’ordine di fare
imboscate arrivava dal comando dei
partigiani a Vallombrosa. E poi gli alleati ci buttavano i pacchi dagli
aeroplani e in cambio noi bisognava ogni
tanto stuzzicare anche i tedeschi. E allora m’hanno mandato a fare
l’ imboscata.
-Come
sarebbe un’imboscata?
-Io
ci sono andato una volta sola. Ti racconto quella. Uno di noi nel bosco era
stato messo di vedetta a guardar la strada. A un certo punto, arriva un
convoglio di camion da Firenze con un’
autoblinda che andava piano piano e faceva un gran fracasso. E dietro i soldati
tedeschi a piedi con il mitra, perché lo sapevano che nei boschi c’erano i
partigiani anche se di solito si stava rintanati. Quella volta dell’imboscata siamo scesi dal
bosco fino appresso alla strada, e ci
siamo appostati dietro un ciglione
aspettando il convoglio. Ci siamo stati una vita a aspettare perché
andavano come le lumache con quell’autoblindo scassato in testa. Noi s’era
tutti morti di fame e di sonno, perché era dalla sera prima che
s’era in piedi senza mangiare. Ci s’aveva fucili, qualche mitra e un
bazooka che ci avevan buttato gli
americani e un po’ di bombe a mano a strappo.
Appena
la colonna ebbe girato la curva sotto il bosco, noi... borda! a sparare col
bazooka sull’autoblindo e coi fucili sui soldati a piedi. Allora il convoglio s’e’ fermato e i soldati tedeschi si son messi dietro i
camion a sparare verso il bosco all’impazzata. Però noi si era coperti dagli
alberi e dal ciglione e loro
non riuscivano a beccarci. Solo che le munizioni nostre eran poche e dopo
un po’ devono aver chiamato il comando di Borgo perché sono arrivate le SS con le Zundapp e
un altro camion pieno di soldati. Allora siamo scappati passando dal bosco e
siamo ritornati in montagna. I camion, che eran pieni di roba, li abbiamo
dovuti lasciare alla
curva prima di Vaglia. E ringraziare Iddio, da come s’era messa.
Però
dopo l’imboscata, finì la tranquillità! Fino a quel momento noi non rompevamo
troppo le scatole ai Tedeschi e loro ci
lasciavan perdere in montagna a far finta di far la guerra. Dopo che gli abbiamo
sparato sui soldati del convoglio da Firenze fecero venire una divisione intera
per levarci da Monte Giovi. Cominciarono a venir su da Vicchio coi carri armati
e le mitragliatrici e circondaron tutto il monte, come si fa in Maremma per la caccia al cinghiale. Con quei tre
fucili che ci s’aveva noi si cercò alla
meglio di fermarli, ma era come dar noia a un elefante con uno stecchino da
denti. Eran troppi e meglio armati di noi. Qualcuno dei nostri voleva far
l’eroe e rimanere sulla montagna a farsi ammazzare, ma i capi, visto l’andazzo,
ci ordinarono di sotterrare i fucili e
di provare a passar verso sud. Se la cavarono meglio quelli che eran di casa
come me, perché’ nei boschi intorno a Firenze ci ho passato la vita. Parecchi eran
vestiti male e dopo mesi di montagna si
vedeva lontano un miglio che eran partigiani. Allora se li chiappavano i
tedeschi li mettevano sull’orlo della strada e bum! ti saluto.... A quei tempi
avevan troppo da fare i Tedeschi per
trovare il tempo di impiccare la gente
in paese con il cartello “bandito” appeso al collo. Comunque, per me impiccato
o sparato, gran differenza non mi e’ mai pasa.....
Io scappai verso Monteloro, passando
da Monte Fanna, dove andavo a cercare i funghi da ragazzo, però mi beccarono
all’alba vicino alla strada che scende verso Pontassieve, mentre camminavo come
un bischero che va per i fatti suoi. Per fortuna la mattina prima m’ ero fatto
la barba e avevo persino trovato un paio
di pantaloni puliti che sembravan da
studente più che da partigiano. Così quando mi fermarono lungo la strada,
invece di spararmi mi fecero prigioniero. Dopo mi portarono alla chiesa di Monteloro e lì c’erano un
sacco di fermati e anche qualcuno dei nostri.
Il capitano tedesco s’era sistemato
nella casa del priore e siccome parlava l’Italiano, interrogava i prigionieri
uno per uno e dopo o li spediva a scavar
trincee sulla linea gotica o li faceva fucilare dietro la chiesa. Io però la
mattina m’ero ripreso la carta d’identità
che i capi ci avevan detto di bruciare
per evitare rappresaglie se ci avessero presi. Ma invece io l’avevo nascosta, non
si sa mai, e ho avuto ragione! Ma anche coi
documenti se ti chiappavano era
facile che ti fucilassero lo stesso. Bisognava spiegare che cosa ci si stavi a fare in mezzo al bosco a passeggiare la mattina.
Ma con la carta d’identità io ero convinto che me la sarei cavata. M’ero
preparato tutta una storia che stavo a Firenze e che stavo andando a casa della zia di Pontassieve a cercare il pane. Perché’
a Firenze non c’era nulla da mangiare. E poi ce l’avevo davvero la zia a
Pontassieve, se avessero controllato. Aspettavo d’essere interrogato, con
quattro SS con la faccia da carogna che ci puntavano il Mauser contro con una gran voglia d’ammazzarci e d’andarsene
per i fatti loro. Io mentre aspettavo d’entrare dal capitano tedesco mi ero messo a sedere sul muretto accanto alla chiesa e tastavo la
carta d’identità nella tasca dei pantaloni per sentirmi tranquillo. A un certo
punto sento qualcosa di duro nell’altra
tasca. C’era un caricatore di
fucile che m’era rimasto in
tasca!!! Se mi beccavano con una cartuccia addosso, altro che zia di
Pontassieve! Anzi, magari fucilavano anche lei! Piano piano ho tirato fuori il
caricatore e quando le SS guardavano
dall’altra parte l’ho nascosto in una
fessura del muro a secco dove m’ero messo a sedere. Non se n’è accorto nessuno
e per questo son qui a raccontartela. Son persino ritornato dopo la guerra e
l’ho ritrovato proprio lì dove l’avevo nascosto quella mattina! Comunque, a
fartela corta sono riuscito a convincere
il capitano che cercavo pane per la famiglia e lui mi ha messo nel gruppo di quelli che erano
stati presi per zappar trincee sulla
linea gotica. Dopo mezza giornata ci hanno montato su un camion con due SS e ci
hanno spedito sulla strada di Marradi. Però a un certo punto, dopo Dicomano si
stava viaggiando su una strada fuori del
bosco, proprio sopra il paese, e sono
arrivati due aerei americani a bombardare. Ci siamo tutti buttati in un fosso,
anche le SS, e mentre tutti erano occupati a nasconder la testa in terra per
scansar le schegge delle bombe, io ho strisciato dietro un ginepro e appena le
SS han girato la testa son scappato nel bosco
e son rimasto rimpiattato fino a che il camion non e’ partito verso la
Futa.
-E dopo cos’è successo?
-Son ritornato a Monte Giovi e ho trovato qualche partigiano sbandato come me. Allora siamo
rimasti a non far nulla fino a che non sono arrivati gli Inglesi a Diladdarno e
ci hanno ordinato di scender giù a ripulire la città’ dai cecchini.
-Chi erano i cecchini?
-I cecchini eran de’fascisti, incazzati
perché’ avevan perso, che si mettevano su’ campanili o su’tetti e sparavano
alla gente tanto per divertimento. E n’hanno ammazzata tanta di gente a Firenze
che andava per i fatti suoi! E appena ci scappava il morto ci chiamavan noi per
levare i cecchini di torno, perché gli Inglesi questo lavoro non lo volevan
fare. E allora bisognava sfondare la porta del campanile, o la botola della
soffitta o di quello che era e andarseli
a pigliare uno per uno. Ma eran era gente disperata e lo sapevano che i rossi
li avrebbero ammazzati in ogni caso. E’ per questo che gli Inglesi non ci volevano andare.
-E n’hai ammazzati parecchi di
cecchini?
-Qualcheduno. Ma non ti credere che
fosse un divertimento...
-E dopo cos’hai fatto
-Dopo e’ finita la guerra e mi son messo a levare le mine col tu’ babbo.
Tutto qui....
-Ma come mai sei andato coi
partigiani?
-E che volevi che facessi, restassi in
carcere alla Fortezza e mi facessi ammazzare?
-Come mai eri in carcere?
-Lascia perdere, storie vecchie....
Parlando con Ferruccio dei
partigiani ci siamo avvicinati alla casa di pietra di un contadino, a cavallo di un ponticino sul
torrente. Ci sono altri casolari su nel bosco, ma son vuoti perché la gente ha
paura delle mine.
Lì invece ci sta ancora tutta una
famiglia, anche se si rintanano dentro
tutte le volte che sentono arrivare il Jeeppone degli sminatori. E
anche quella sera sull’aia non si vedeva nessuno, ma lungo la strada era pieno di polli che
ruspavano. Ferruccio si mette a ghignare
sotto la barba, accelera il
Jeeppone e arrivato sul ponticino si
sporge in fuori dallo sportello e
acchiappa un pollo per il collo senza rallentare. Il pollo starnazza e
Ferruccio lo fa girare due volte per l’aria e gli tronca il collo mentre quello continua a
starnazzare. Dalla casa del contadino esce fuori strillando un vecchio vestito di nero....Ferruccio ride soddisfatto..
-Domani, brodo di gallina anche per
noi! Prendi il volante, Piero!
-E se i contadini ti denunciano?
-Un po’ per uno di questi polli, e’
solo giustizia! Non hai visto quanti ce n’hanno loro? E noi si deve mangiar
sempre gallette?
Il babbo mi ha un po’ insegnato a
guidare la Jeep e la strada è dritta dopo la casa del contadino. Mentre
continuo a tenere il volante Ferruccio,
senza lasciare i pedali, comincia a spennare il pollo e butta le penne fuori del finestrino. Io
mantengo il Jeeppone nel mezzo della strada sterzando per scansare le buche. Le penne volano da tutte
le parti. Quando arriviamo alla curva prima del paese il pollo ha un’aria nuda come sul gancio del macellaio.
-Hai visto come son bravo? Ora e’ un
pollo americano!
-Perché’ l’hai spennato?
-Gli avvocati lo chiamano “il corpo
del reato”. Hai mai visto un pollo senza penne? Ecco. Questo pollo non è del contadino, e’ americano!
Mi scappa da ridere e gli rendo il volante. Ferruccio si dirige
verso la porta vecchia del paese, ma prima nasconde il pollo dietro il sedile.
Ci dirigiamo verso il negozio di
alimentari. Lo sanno tutti che quando arriva un Jeeppone, sono gli sminatori. Ci fermiamo davanti al negozio,
ma il pizzicagnolo che ci ha sentiti arrivare e chiude la serranda. Ferruccio
ferma la macchina.
-Sto chiudendo!- dice il
pizzicagnolo evitando di fissarlo.
-Allora riapri!-dice Ferruccio.
-No, no sto chiudendo! Non voglio
vendere a voi! Quando arrivate voi in paese
sparisce tutto!
Ferruccio scende dal Jeeppone, si avvicina al pizzicagnolo e mette la sua faccia a tre centimetri da quella del bottegaio, guardandolo male. Ferruccio ha gli occhi
chiari con una linea scura intorno, che luccicano quand’è allegro, ma fanno
paura quand’ è arrabbiato. Il pizzicagnolo e’ un ometto grasso con il grembiule sudicio sopra i
pantaloni stretti sopra la vita e ha un ciuffo di riporto che gli copre la
pelata. Ferruccio gli dà una spintina in
mezzo al petto, come facciamo noi ragazzi a scuola. L’uomo diventa rosso come
un pomodoro, ma non dice nulla. Si vede
che ha paura di Ferruccio.
-Te l’ho detto già che
voglio comprar roba.......
-La bottega e
mia e faccio quello che mi pare! Chiamo i carabinieri!!!-.
-Mi scappa da ridere....I
carabinieri! L’altro giorno quando avete trovato le mine nel cimitero, i
carabinieri v’eravate dimenticati che
esistessero, vero? Chiamali, chiamali i tuoi carabinieri....voglio proprio
vedere se e’ proibito vendere agli sminatori. C’è scritto qui sulla bottega,
aperto fino alle sette!
Il pizzicagnolo, si rassetta il
grembiule, riprende fiato, tira una bestemmia, ma alza la serranda
e ci fa entrare. Si e’ fatto gente
intorno. La moglie del pizzicagnolo, scesa dal piano di sopra si mette a strillare:
-Non li vogliamo gli sminatori in
negozio, siete un branco di ladri!!
La gente non dice nulla. Ferruccio,
sentendo la moglie del pizzicagnolo che strilla, esce fuori dal negozio
incazzato anche lui:
-Ah, siamo ladri eh.... Però quando
abbiamo levato le mine ci tornate volentieri nei vostri campi! E se avete una bomba nell’aia, o nel cimitero,
allora ci venite a pregare....per piacere, per piacere.... Dopo invece , no,
non ci volete più e nemmeno da mangiare
ci volete dare.... Bravi! Ci volete far saltare in aria a stomaco vuoto! E tu,
imbecille, non mi stare a guardare con codest’occhi d’ aringa, dammi la roba
che ti chiedo e poi levati dai coglioni!
Il salumiere prepara l’olio e la
pasta e i pomodori per il campo e accetta grugnendo i soldi di Ferruccio,
che mette tutto in macchina e parte verso la montagna.
-E’ questa la riconoscenza! Aspetta che glielo racconti su
in montagna....quand’ ero partigiano era la stessa storia. Solo quando arrivavano
gli alleati si facevan grossi, e magari
andavano a cercare i fascisti nascosti
in cantina... quelli che non avevan dato noia a nessuno, s’intende...i cecchini
c’è toccato andarli a pigliare noi, uno per uno.... quando c’erano i Tedeschi a
giro poi, nonne parliamo... zitti e muti....tutti quanti, figli di puttana,
razzaccia....
-Ma hanno rubato davvero gli
sminatori giù in paese?
-Qualcuno avrà allungato le mani ...non
siamo mica stinchi di santo! Ma ti pare!! E poi quelle facciacce di merda!
Nessuno di quelli del paese ha detto una
parola. E l’hai visto che ho pagato tutto a quel maiale di bottegaio! Bisogna fargliela
pagare....
Quando arriviamo al campo si vede
lontano un chilometro che Ferruccio è
arrabbiato. Non dice nulla al babbo ma va a parlottare con gli altri.
La cena è buona, anche se con la solita
pasta a pomodoro e spezzatino di
Pasqualino. Speriamo domani nel pollo di Ferruccio!!!
Dopo cena sono stanco morto e vado
subito a letto e anche il babbo mi segue. E’ stata una giornata lunga e domani
parte per la Versilia. Ci addormentiamo come due sassi.
Nel mezzo della notte, saranno state
le tre, saltiamo tutti ritti sulle brande per
via di un boato spaventoso. Le
travi che reggon le tende del campo
vibrano come fuscelli al vento. Il colpo è così forte che la terra trema come durante il terremoto.
-Ma che diavolo......- dice il babbo
rizzandosi in piedi con la pila accesa.
La branda di Ferruccio
è vuota. Angelo si alza su un gomito sulla branda e con aria di uno che
passa lì per caso, dice:
-Saranno le Teller. Quelle di
stamani....
Il babbo si avvia verso la porta della tenda per dare un’occhiata fuori, e rientra dopo un
minuto. E’ ancora in mutande, perché’ non ha avuto il tempo di vestirsi.
-Il Jeeppone non c’è. Che sta
succedendo?
-Forse qualcuno ha deciso di fare
saltare le Teller.... dice Angelo.
-Di notte?
-Sicuro, per tenere svegli quei figli di troia del
paese.
-E’ un idea di Ferruccio?
-Mah, chi lo sa!!
-Lo sapete che avete rotto di sicuro
tutti i vetri del paese? Con un botto così, figurati le finestre che fine fanno.
Bisogna avvertire prima, in modo che aprano le finestre.
-Vorrà dire che le accomoderanno-
dice Angelo C- E’ come se ci fosse ancora la guerra. Tanto ai vetri rotti ci si
sono abituati...almeno saranno contenti i vetrai....
-Perché ce l’avete con loro?
-Chiediglielo a Piero- dice Angelo
C. e si gira dall’altra parte.
Racconto al babbo la storia del
pomeriggio col droghiere.
Il babbo si rivolge a voce alta agli
operai sulle brande, che si sono tutti rimessi giù e fanno finta di dormire.
-Mi potevate avvertire!
Nessuno risponde. Se lo avvertivano,
il botto non gliel’avrebbe fatto fare. Lo sanno com’è fatto lui. Comunque
stanotte le Teller le devono aver sentite
anche a Bologna............
Alla fine il babbo fa una spalluccia e si rimette
a dormire. Domani e’ una lunga
giornata......
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