Dalla guerra sul mare alle bombe americane

Una nave Italiana spara agli Inglesi nella battaglia di Capo Matapan. Foto di Guido Dolara
Il convoglio italiano sotto attacco. Foto di Guido Dolara
Guido Dolara, addetto alle centrali di tiro dei cannoni  della  nave Ammiraglia Vittorio Veneto, costruiti dalle Officine Galileo a Firenze.

            Stamattina dovevamo partire per Cantagallo con la millecento, ma appena messa in moto si e’ messa a starnutire e poi si e’ sentito un gran tonfo nel motore. Il babbo ha aperto il cofano e si e’ messo ad aggeggiare. Lui ha fatto il meccanico dei cannoni sulle navi da guerra per tanti anni, ma sa riparare qualunque cosa. Ha rialzato il capo dal cofano tenendo una candela del motore in mano.
            -Si è rotta la filettatura. La posso rimettere a forza con un po’ di filo di rame, ma ho paura che non tenga e che rimaniamo a metà strada. Sarà meglio andare con la Jeep.
            Siamo andati in tram fino a  Peretola e da lì abbiamo preso la Jeep.
A me andare in Jeep piace di più in ognrimastii caso, perché e’ una macchina aperta sopra e il vento ti batte sulla faccia d’estate e si sente l’odore della campagna.
            A pranzo  ci siamo fermati  in una trattoria dopo Prato. Il babbo mi ha detto che ci mangia spesso e  che lo conoscono bene. La padrona e’ una signora sui quarant’anni che serve a tavola. Quel  giorno  aveva   un vestito  rosso attillato e il grembiule bianco davanti e  i capelli  sciolti sulle spalle. Lei il babbo lo chiama “signor Guido” e gli fa un sacco di smancerie.Il babbo risponde con sorrisi a trentacinque denti  mentre  di solito sta ingrugnato e non dice una parola. Il marito è un soldato tedesco che è rimasto imboscato nelle cantine della trattoria quando l’esercito si ritirava verso nord. A me sembra un buon uomo e ha gli occhi azzurri e gentili, e anche se il babbo dice che e’ un po’ cornuto a me non me ne importa niente e credo che abbia fatto bene a nascondersi in cantina e salvare la pelle.
            Abbiamo mangiato pasta a pomodoro e coniglio fritto e dopo pranzo  il babbo e’ diventato tutto allegro e  ha lasciato una gran mancia. La padrona gli ha fatto bye bye  sventolando la mano e se n’è andata sculettando nel retrobottega.
E’ arrivato poi il momento di  fare due chiacchiere, perché siamo rimasti incastrati in una strada  piena di autocarri e si procede quasi a passo d’uomo. La maggior parte dei camion sono  Dodge residuati dell’esercito americano, che si riconoscono perché’ hanno una palla di ferro in fondo all’assale  che si  sporge in fuori quando girano le ruote. La strada e’ una specie di serpentone, con tutti i camion in fila uno dietro l’altro che sbuffano fumo nero.
            -Appena e’ possibile prendiamo la strada secondaria- dice il babbo, che cerca da tempo di superare i camion che gli stanno davanti, cosa sempre più difficile via via che si avvicina il tratto appenninico della strada. Fortunatamente dopo Vernio troviamo una strada di campagna mal messa che ci permette di evitare la strada principale. Finalmente non c’è nessuno e si può parlare senza il rumore  dei camion con le marce ridotte per via della salita.
            -Come facevi a levare le mine quando non avevi la Jeep, babbo?
            -Durante la guerra si andava a piedi. Solo i militari andavano in Jeep.
            -Ma ci voleva una vita!!
            -A piedi si fa più strada di quello che tu creda! Come credi che si spostasse la gente una volta? Basta non aver furia! E poi alla fine della guerra  non avevamo l’attrezzatura di oggi. Le mine  andavan si cercavano con un punzone di ferro, non con i cercamine americani come adesso. E bisognava che in un campo ci saltasse sopra qualcuno per sapere che c’era un campo minato!
            -Ma come si fa a cercare le mine con un punzone di ferro?-
            -Male...si tasta il terreno con il punzone, sperando di non andare a sbattere contro il detonatore di una mina antiuomo, perché quelle scoppiano a guardarle e allora son  dolori. Ma non c’era da scegliere  a quei tempi. I  cercamine li han portati dopo gli Americani.
            -Ma perché ti sei messo a levare le bombe?
            -Non potevo fare altro. Durante l’occupazione tedesca o facevi questi lavori con loro o ti spedivano in Germania. Ma io non mi fidavo dei  campi di lavoro e avrei fatto qualunque cosa per non andarci.
            -Perché’ non volevi andarci in Germania?
            -Perché ne avevo visti tanti andare in Germania e nessuno era tornato indietro, ne’ aveva scritto a casa. Meglio qualunque cosa! Ora lo sappiamo che  cosa succedeva nei campi di lavoro tedeschi.
            -Cosa?
            -La gente moriva come le mosche, di fatica, di fame e di tifo. E a volte di fucilate. Dopo l’armistizio con gli Americani , i Tedeschi ci consideravano nemici. E essere nemici dei tedeschi in un campo in Germania era un  biglietto per l’inferno.  Dopo Capo Matapan la Vittorio Veneto era azzoppata e io ero registrato negli elenchi della polizia come un tecnico meccanico disoccupato. Mi dettero da  scegliere tra disattivare le bombe americane  inesplose e  andare in Germania. Quindi, niente da scegliere. E poi c’eravate voi. Qualcuno doveva portare da mangiare  a casa. Il lavoro di noi sminatori invece lo pagavano con le tessere.
                                    - Cosa sono le tessere?
            -Dei fogli di carta per farsi dar da mangiare dai negozi. Ora non ce n’è più bisogno, bastano i quattrini e si trova di tutto. Ma in tempo di guerra si trovava la roba solo al mercato nero al prezzo deciso dagli strozzini. E per la gente normale c’era solo la tessera, per quel poco che uno riusciva a  trovare. A quei tempi s’era tutti secchi  come  le acciughe. Però meglio secchi che morti in Germania. Poi  con la tessera da sminatore qualcosa  da mangiare riuscivo a trovarlo sempre. Portavo ogni sera una ruota di pane regalata da qualche contadino mentre gli si sminava i campi. A quei tempi andavo in biciletta e me la mettevo la ruota di pane nella camicia. Vedesti che feste che mi facevano i tuoi fratelli che avevano una fame da lupi.!          
-Come mai ti azzopparono la nave? Eppure era la più grossa delle navi da guerra!
            -E’ successo di notte, di fronte a  capo Matapan. Siamo usciti da Taranto con tutta la flotta. Gli Inglesi lo sapevano e ci sono venuti dietro. Ma loro avevano il radar e noi no. Allora di giorno stavano lontani, perché’ il sistema di puntamento dei cannoni era buono, fatto da noi a Firenze alla Galileo con ottiche di precisione, e dopo le prime scaramucce gli Inglesi si eran presi  paura. Con i cannoni da trecentoventi c’era poco da scherzare... bastava una cannonata per mandare a fondo una nave. E ce n’avevamo sei di cannoni da trecentoventi  sulla Vittorio Veneto. Quando sparavano insieme la nave si piegava su un fianco come una barchetta. Eppure era una montagna di acciaio. E i cannoni si puntavano  a mano con una serie di cannocchiali rigati che avevamo fatto noi alla Galileo, collegati con le punterie. Era il lavoro mio di tenere in funzione tutto il sistema di puntamento dei cannoni. E’ per questo che il capitano mi trattava tanto bene. Era il lavoro più importante a bordo di una nave in tempo di guerra. La differenza tra stare a galla o andare a far compagnia ai pesci.  Se vedevi una nave nel mirino del cannocchiale eran dolori per quegli altri e si stava tranquilli noi. Gli Inglesi lo avevano imparato a proprie spese e nei giorni di sereno stavano lontani. A volte si vedeva appena un filo di fumo dalla cima del pennone della nave, guardando  con i cannocchiali d’avvistamento. Le navi Inglesi erano partite da Malta e ci seguivano a distanza.  Ma noi si sapeva che erano proprio lì dietro l’orizzonte a aspettarci. Poi  quando siamo arrivati a largo di Capo Matapan,  la notte gli Inglesi si avvicinarono a tutto vapore  e  quando erano a  portata di  tiro   cominciarono a sparare sulle nostre navi  con i cannoni da  320  usando il radar per orientarsi.
            -E voi non sparavate?
            -Non c’era la  luna e al buio coi cannocchiali una nave a venti chilometri non si vede davvero. Ci vuole il radar e quello non ce l’avevamo. La nostra era la nave ammiraglia e il capo  della flotta italiana dette l’ordine che i cacciatorpedinieri più piccoli si mettessero intorno alla Vittorio Veneto per difenderla. Gli Inglesi presero a cannonate i cacciatorpedinieri  e le navi  andarono in fiamme una dopo l’altra. Succede  in un momento, prima senti l’esplosione, poi vedi una gran fiammata e dopo dieci minuti  non c’è più nave. Noi della Vittorio Veneto ce la facemmo a stare a galla tutta la notte. 
            Dopo l’alba  gli Inglesi ci mandarono una pattuglia di  aerei siluranti, ma noi li buttammo  di sotto  con la contraerea.  Tutti, fuorché uno. L’ultimo    riuscì ad avvicinarsi alla nave, in mezzo a una grandine di colpi. Gli si sparava contro con le mitraglie traccianti dalle batterie di poppa della nave, ma l’aereo si distingueva  male perché’ volava basso contro la luce dell’alba per conforderci. Io ero in coperta e vidi tutto. Ho fatto anche le foto.
-Fammele vedere babbo!
-Ricordamelo quando torniamo a casa. Allora, ti dicevo che l’aereo inglese a cinquecento metri dalla nave cominciò a fare fumo, ma continuava a avvicinarsi lo stesso.  Arrivò così vicino che riuscivo a vedere il pilota nella carlinga. Era quasi arrivato a cadere nell’acqua, ma prima di perder il controllo ce la fece a sganciare un siluro. L’aereo era vicino  e  il siluro  arrivò in un momento  sotto la fiancata della nave, proprio sotto  la linea di galleggiamento. La faccia del pilota che ci guardava prima di finire schiantato in mare me la ricorderò finche campo. L’ho visto per una frazione di secondo, ma m’e’ bastato. L’aereo si schiantò in coperta prendendo fuoco, il siluro invece era ancora in acqua, ma non c’era tempo di girare la nave e di scansarlo. E allora dopo due secondi si sentì un gran tonfo, la nave  sobbalzò come un canotto che batte contro uno scoglio e cominciò  a imbarcare acqua. Era un mostro d’acciaio grande come un palazzo di cinque piani, ma il siluro aveva aperto una falla  e l’acqua entrava sottocoperta come un fiume in piena. Il capitano dette ordine di chiudere i portelli stagni e di isolare la fiancata della nave dalla parte  danneggiata dal  siluro. Di far uscire l’equipaggio da sotto non c’era tempo. I portelli  stagni furono chiusi e la nave si piegò tutta su un fianco. La Vittorio Veneto a poppa aveva quattro eliche, ma era così inclinata sulla destra che tre eliche erano fuori dell’acqua. Una delle sale macchine restò allagata, ma uno dei motori  funzionava ancora. Il capitano ordinò di buttar fuori fumo nero, come se la sala macchine  fosse stata colpita.  In alto, lontano,  passò un ricognitore inglese. Nessuno dei  nostri cannoni antiaerei gli sparò per ordine del capitano. Voleva far sapere agli Inglese che la nave stesse  per affondare. Infatti gli Inglesi decisero di lasciarci perdere. Il mare era calmo e la nave enorme. La parte che eravamo riusciti a chiudere era grande abbastanza da tenere a galla l’intera Vittorio Veneto. Gli incendi a bordo erano stati spenti. Con il motore rimasto, viaggiando la notte e buttando fumo di giorno,  ci dirigemmo piano piano verso Taranto.  Dopo una settimana ce la facemmo a rientrare con un motore solo e la nave per tre quarti sotto. Era il diciassette luglio del 1941.
            Quando in porto riaprimmo i portelli stagni, trovammo tutti i nostri compagni sottocoperta  aggrovigliati sulla cima delle scale, affogati mentre  cercavano di uscire dai locali che si allagavano, perché noi avevamo chiuso le porte stagne sulla loro testa. Eravamo  duemilacinquecento sulla Vittorio Veneto. Ci siamo salvati in pochi e la nave e’ restata azzoppata per il resto della guerra. Io sono dovuto tornare a terra, perché non serviva più un esperto  meccanico per la punteria dei cannoni, ora che la nave era quasi affondata. Poi la guerra stava per finire, lo sapevamo che non ci sarebbero state altre battaglie navali. A Taranto, quando arrivammo in porto, erano  tutti convinti che fossimo affondati, perché il capitano non aveva mandato messaggi per non essere intercettato dagli Inglesi e anche gli Inglesi pensavano che fossimo finiti in fondo al mare. Ho preso il primo treno e sono tornato a Firenze. E dopo un mese, o levare  le bombe o la Germania.
            -Ma chi ti ha insegnato a levar le bombe ?
            -Nessuno. Ma cosa volevi che facessi? Comunque io sono un meccanico, e quando una cosa e’ fatta di parti di metallo che girano, in qualche modo me la cavo!
            -E come mai i Tedeschi avevano bisogno proprio  di te per levare le bombe?
            -A dire la verità di noi Italiani non si fidavano proprio per niente. Ma quando cascava una bomba d’aereo vicino a un ponte e non esplodeva, allora preferivano lasciarla levare a noi.  Se saltava su una mina un Tedesco, era un soldato di meno per loro. E se invece di disattivarla la facevano esplodere, sarebbero  saltati in aria il ponte o una strada. E i ponti gli servivano interi ai Tedeschi per muovere le truppe e i cannoni. Allora ci mandavano noi a disattivare le bombe inesplose.
            -E voi come facevate a disattivarle  se non sapevate nulla di mine!
            -Mah... io in mezzo alle bombe ci sono stato tutta la vita. Prima di lavorare alla Galileo facevo il cannoniere nella marina militare. E di spolette di bombe di navi ne ho viste quante ne ho volute. Quelle di aereo sono fatte allo stesso modo. In ogni bomba c’è una spoletta, che quando batte contro una cosa dura, esplode. A volte  le spolette sono difettose, battono, ma non esplodono e la bomba scava un cunicolo in terra profondo diversi metri. Allora il primo lavoro da fare per disattivare la bomba  è scavare una buca e arrivare alla spoletta, che sta sulla cima della bomba a testa in giù. Questa parte del lavoro  è la meno pericolosa, perché se la bomba  non esplode  battendo sul terreno, non c’è ragione che scoppi dopo. Il problema  arriva quando piove, perché la buca si riempie di terra fradicia e di fango  e ti può franare tutto  addosso. E ne son morti di più con le frane che con le bombe. Comunque, in un modo o nell’altro, si riesce sempre a raggiungere la spoletta scavando. La parte più  pericolosa viene dopo. Le spolette sono avvitate a mano  sulla bomba prima che parta l’aereo, senza stringere troppo, perché è un lavoro che si fa di furia. Allora è più facile svitarle, specie quando le bombe  son cascate da poco. All’interno della buca, quando si lavora intorno a una  bomba, si cerca piano piano di svitare la spoletta senza dare strattoni o colpi secchi . Quando il detonatore è intero e si riesce a svitarlo senza far  forza, le cose vanno avanti senza problemi. Ma quando  il detonatore si deforma battendo  contro il terreno, oppure ha fatto a tempo a fare la ruggine, allora son dolori!!! E quando si vuole svitare il detonatore  ti metti  con la chiave a  girare la spoletta, e se non cede devi procedere per forza a strattoni e pensi sempre al meccanismo dentro la spoletta, che se è ancora funzionante magari  la molla  si libera  e fa scoppiare tutto. Questo non lo sai mai se sta per succedere quando  sei nella buca a svitare. Se va tutto regolare, quando sviti  la spoletta  è meglio  mandar  via tutti  e  rimaner soli nella buca, a tu per tu con la bomba. Tu e lei. La vita o la morte. C’è anche  chi se la fa addosso le prime volte che svita un detonatore, ma vuol dire che non è adatto al  mestiere. Uno sminatore vero dopo un po’ ci  fa l’abitudine. O almeno, ce l’ho fatta io....comunque, meglio star soli quando si tratta di bombe d’aereo,  non c’è nessuna soddisfazione a saltare in aria in compagnia. Sono altre le cose si fanno meglio in compagnia....-
            -E cioè?
            -Non fare il tonto ....
            -E quando uno rimane solo nella buca che succede?
            -Dipende. Ti racconto cosa succede a me. Mi fermo un  minuto, fumo una sigaretta, che potrebbe anche  essere l’ultima e sarà per questo che la fumo così di gusto. Guardo il fumo che va su verso la cima della  buca e la luce del sole se è una bella giornata,  ti rendi conto di come sei fortunato a essere vivo fumando una sigaretta in santa pace.  Se piove  invece guardi le tue scarpe che affondano nel fango e ti viene voglia di dire una parolaccia. Ma pioggia o sereno, prima di cominciare il lavoro è bene fare  pace con la coscienza.
            -Come sarebbe a dire?
            -Sarebbe a dire che è bene non avercela più con nessuno. Dopo tutto potresti andare al creatore cinque minuti dopo. Sai, San Pietro e tutte quelle cose lì che dicono i preti. Non sono storie vere, ma  in ogni caso da San Pietro o da chi per lui è meglio andarci a cuore leggero....però non va  sempre in questo modo. A volte uno ha solo voglia di finire il lavoro e di levarsi dal fango e non pensa ne’ a San Pietro ne’ alla coscienza, ma solo all’umido sotto i piedi. Sono le belle giornate che ti fanno diventare sentimentale, perché   dispiace saltare in aria quando brilla il sole. Allora, pian piano uno comincia a svitare. Quando la spoletta viene su bene è un lavoro tranquillo, sembra di stare  alla Galileo con qualche macchina da sistemare.  Basta non fare scosse con la chiave e non scoppia nulla. Comunque nessuno è venuto  fuori della buca a raccontare quello che si prova quando si sente scattare la spoletta mentre si svita. Non c’è  tempo per fare   gran ragionamenti, tutto succede in una frazione di secondo. La morte migliore esistente.  Il problema rognoso e’ quando la filettatura della spoletta si è rovinata con l’impatto della bomba sul terreno e la spoletta non scorre libera  col movimento della chiave. Lasciare lì la bomba  prima della guerra non si poteva, perché arrivavano i tedeschi e ti sparavano mentre eri ancora dentro la buca. Tanto valeva  provare. Ora che la guerra è finita  si potrebbe anche lasciar  la bomba con la spoletta dentro, però chi ci vuol  vivere vicino a una bomba di mille chili che può esplodere da un momento all’altro? Io le ho sempre disinnescate tutte  le mie bombe, anche quelle pericolose. Mettiamolo così, per me e’ un problema di coscienza.
            -Che cos’e un problema di coscienza?
            -Una questione di principio. Una cosa che per te è importante più di tutto il resto. Anche della vita. Un lavoro, qualunque lavoro, una volta cominciato  dev’essere finito e finito bene. E allora ti metti a cavalcioni della bomba e cominci a dare un colpettino alla spoletta  con un martello, in senso antiorario, per far scorrere la filettatura, con un po’ di grasso o di petrolio, se ce l’hai. E dopo ogni colpo che hai dato, pensi: “questo per ora  è andato”.  Il peggio è quando la spoletta scricchiola e si muove a scatti,  ma per fortuna capita di rado. Di solito si sfilano dalla bomba senza far dannare. Il metallo è una grande invenzione, regge bene anche dopo dieci anni di fango. La filettatura fa il suo mestiere anche  sotto terra. Comunque se salta tutto in aria non è una brutta morte, considerando tutto. Un bel bum,  e ti ritrovi diretto davanti al creatore o davanti a nessuno, a seconda di quello che credi. Ci sono modi peggiori  assai per tirar  le cuoia. Pensa a quei disgraziati rinchiusi in Germania nei lager a morir di fame e di freddo. O ai vecchi che muoiono nel loro piscio dentro gli ospizi. Se uno di questi giorni saltassi in aria mi dispiacerebbe  per voi ragazzi, che ve la dovreste cavar da soli, non per me! Io ho campato abbastanza, la mia vita l’ho vissuta bene. Ricordatelo. Comunque Alberto è grande e  alla famiglia ci penserebbe lui. Ma se salto in aria su una mina o con una bomba non dovete prendervela. E’ rischioso il mio lavoro. Mi sta bene così.
            -Ma io non voglio che tu salti in aria, babbo!
            -Neanche io...e  come vedi sono ancora qui ....  queste cose le so fare bene. E  poi sono fortunato. Lo vedi questo medaglione?
            -Si’..
            -Me l’ha dato una zingara a Trieste, quando facevo il marinaio. Dentro c’è una preghiera. Mi ha detto che fino a che lo porterò al collo non posso morire. Dall’inizio della guerra  l’ho sempre portato al collo e non mi è mai successo nulla, neanche a capo Matapan dove sono affogati quasi tutti. Sta tranquillo, l’amuleto funziona. Guarda, in cima a quel monte c’è il nostro campo, siamo quasi arrivati...

            La storia delle bombe m’ aveva così preso che non mi ero accorto di aver fatto tanta strada. Sta per arrivare il tramonto  e si intravede una spianata erbosa a metà montagna, oltre il bosco di castagni. E’ lì che hanno costruito il campo gli sminatori.

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