Visto che non posso diventare un musicista vado a pattinare con la mia mamma


  Oggi è arrivato da Roma un pacco-regalo per me dello zio Vittorio. C’è dentro una letterina con  un sacco di complimenti perché sono andato bene a scuola e gli auguri per le vacanze. Lo zio Vittorio è il fratello della nonna Annita che vive a Roma. Di mestiere vende i freni per le automobili e allora guadagna un sacco di quattrini e  siccome  io sono il nipote preferito,  vo  a trovarlo a Roma tutte le estati per guardare i monumenti di cui ci  parla il maestro. Da piccino lo zio Vittorio è rimasto orfano quando morì il nonno Narciso e la mamma che aveva la tisi non sapeva cosa farne di lui e lo mise nell’ospizio dei protestanti in via Bolognese. Però i protestanti erano brava gente e l’hanno mandato a scuola e lui se l’è cavata e ha trovato un lavoro buono a Roma. Siccome lo zio Vittorio non ha figlioli,  mi fa sempre regali.
            Lo zio Vittorio si fa chiamare commendatore, ma il babbo dice che è un commendatore fasullo e che il titolo l’ha comprato per darsi le arie. Però a me non me ne importa nulla se è commendatore  o no, a me i pacchi a sorpresa dello zio Vittorio mi garbano, perché in via Quintino Sella di regali se ne vedono pochi. Per la mia festa di compleanno la mamma invita tre o quattro amici e ci fa la cioccolata calda con i bomboloni ripieni di crema, ma regali nulla.
  Due anni fa per la Befana il babbo mi a portato in Palagio di Parte Guelfa dove il Comune faceva la festa per i bambini. Ci hanno tenuti dentro tutta la mattina con lo spettacolo di burattini e poi alla fine ci hanno regalato una calza bianca di filo con dentro le caramelle, una cioccolata Ferrero e, tanto per farci capire  che  noi ragazzi siamo delle carogne, carbone di zucchero nero. Quando son tornato  a casa a mangiare, siccome la  mamma quel giorno lì non era a lavorare e si era messa intorno ai fornelli di cucina, mi è venuta la malinconia di chiedere:
            -Mamma, è vero che la Befana sei te.
 E lei mi ha risposto:
    -Sì è vero. Poi è rimasta un po’ sopra a pensiero e ha aggiunto:- vuol dire da che qui in avanti, siccome sei grande,  non ti farò più regali.
  Vedi che ci si guadagna a dire la verità! Però a Natale mi hanno regalato lo stesso un paperino a molla con la carica sulla schiena che cammina da solo. Mi sono subito  messo a farlo camminare sulla tavola di cucina, tutto contento, ma dopo due giri è cascato dalla tavola e si è rotto una gamba. Ho provato a accomodarlo con la colla e gli ho fatto persino una  stampella di legno con uno stecchino, ma non funziona più perché la gamba rotta è  più corta di quell’altra  e allora inciampa e casca  ogni momento.
    Insomma  questo pacco dello zio Vittorio è stato un avvenimento! Dentro c’era un pio di pattini a rotelle,  una pistola da cowboy con il tamburo grande come quelle dei film, coi  fulminanti  al posto delle pallottole e quando uno preme il  grilletto il tamburo gira e  i fulminanti scoppiano e  fanno rumore  come una pistola vera. E poi c’era un altro scatolone con dentro.... una fisarmonica!
    La  pistola l’ho inaugurata subito e il pomeriggio ci siamo messi  a giocare a cowboy e indiani coi miei amici e io volevo fare il capo dei cowboy con la pistola nuova. Però Guido Andreoni l’ha voluta quasi subito lui e siccome è più grande  e mio amico non ho potuto dirgli di no e se l’è tenuta tutto il pomeriggio. Poi alla fine me la son fatta ridare, con le buone o con le cattive, perché era un regalo mio e non l’avevo tenuta in mano un momento in tutto il pomeriggio. Lui per dispetto ha smesso di giocare e mi ha detto che all’Arno non mi porta più. Allora l’ho mandato a quel paese e mi son messo a giocare da solo disteso in terra dietro un balzo nel campo del  Benelli e mi immaginavo di essere un cowboy accerchiato dagli indiani che usava la ultime pallottole prima di spararsi per non cascare prigioniero e esser scotennato. Ho sparato tutto il tamburo della pistola e poi mi sono messo a ricaricare i fulminanti. Me ne restavano giusto sei, perché’ quegli altri me li ha sparati Guido, quell’animale, che a mezzogiorno ce n’era una scatola intera nel pacco dello zio Vittorio. Allora ho caricato gli ultimi sei fulminanti e poi ho fatto fuori cinque indiani che venivano avanti col Tomakav in mano per spaccarmi la testa, mentre le frecce  mi volavano fitte  come zanzare intorno al capo. Ma l’ultimo fulminante, quello del colpo di grazia per me, non voleva scoppiare. Allora ho aperto la pistola e mi sono messo a sfruconare il fulminante con un pezzo di fil di ferro per vedere  cosa diavolo era successo. A quel punto il figlio d’un cane  m’e’ esploso tra le mani e mi sono bruciato due dita. Son tornato a casa con la pistola scarica e due dita nere. Il babbo mi ha medicato, mi ha messo una bella fascia sulla mano e poi ha chiuso la pistola a chiave in un cassetto. Addio regalo. E’ durata poco la pistola dello zio Vittorio! 
 Invece la fisarmonica la posso suonare quando Alberto non studia. Però la musica non me l’hanno mai insegnata. A scuola il maestro all’ora di musica ci fa cantare solo l’Inno di Mameli. Però lo dice anche lui che è brutto l’Inno di Mameli, e che il secolo scorso dopo le guerre di Indipendenza volevano metterci il “Va Pensiero” di Verdi, ma poi i militari hanno insistito per l’inno di Mameli perché  era medaglia d’oro e aveva fatto la battaglia di Roma. Il maestro ci fa cantare l’Inno di Mameli perché’ è obbligatorio per il programma di quinta, ma sta a sentire con aria schifata e ci da solo sei im musica a tutti. L’unico che ha preso otto è Andrea Dei perché è riuscito a cantare  l’Inno di Mameli tutto d’ un fiato. A me la musica piacerebbe impararla, perché la mamma mi porta all’opera e all’opera mi diverto un sacco e poi mi piacerebbe fare l’organista da grande come quello che viene a suonare a San Salvi..
Quest’inverno la mamma mi ha portato a sentire la Traviata al Comunale  perché’ c’era la Tebaldi. Siamo andati in terza Galleria perché’ costa meno e tanto si sente lo stesso anche se il palco è un po’ lontano. Comunque io  e la mamma ci siamo portati il binocolo.  E poi  si sentiva benissimo anche da lassù perché’  la Tebaldi ha una voce che in confronto la Marisa Panna quando strilla alla sorella dalla  finestra a Bellariva  sembra una gallina che fa l’ovo.
 Alle  donne di casa mia  l’opera piace e la nonna canticchia “La donna è mobile, qual piuma al vento” quando sta in cucina a far la calza. Anche il nonno Luigi cantava le romanze alla mutuo soccorso di Rifredi quand’era vivo. E poi con la nonna sento l’opera alla radio col libretto per seguire le parole e capire quello che succede. Sono buffe le parole dell’opera, e a me mi piacciono, però quando scrivo come  i libretti dell’opera il maestro mi riempie il quaderno di segnacci rossi, perché dice che non si scrive più in quella maniera ai tempi d’oggi.
 Il giorno della Traviata  la mamma m’ha fatto mettere il vestito della comunione, anche se ormai mi sta stretto di spalle.  Io non lo volevo mettere per via dei pantaloni  corti che  mi   fanno   vergognare  e    mi   sembra  d’andare  all’ asilo d’infanzia invece che a teatro, ma la mamma ha insistito perché’ l’altro vestito invernale è tutto consumato. Siamo  andati  al Comunale con il quattordici e poi col diciassette che arriva alle Cascine. La mamma era tutta rivestita e sembrava una signora, col cappello con la veletta e il tailleur grigio scollato e si era messa persino un neo finto sulla gota. Quando siamo saliti sul quattordici a Bellariva  la guardavano tutti nel tram  come se fosse entrata la madonna di Pompei. La mamma è una bella donna ed è alta come una tedesca. Qui a Bellariva la chiamano di soprannome “sua altezza”, un po’ perché è la più lunga del quartiere, e un po’ anche perché non  fa mai lega come le donnine del viuzzo. Poverina, è proprio fuori posto  in mezzo a tutte queste ciane, lei sarebbe da pelliccia e da teatro e non da lavanderia.   Però s’è dovuta adattare,  perché’ quando è morto il nonno Luigi la nonna Annita l’ha messa a lavorare alla Manetti e Roberts e  così ha dovuto smetter di studiare anche se era brava a scuola. Però lei è rimasta un tipo fine, proprio come il nonno Luigi,  che faceva il gioielliere e non gli piaceva  la gente che bestemmia e va vestita male.
Il giorno dell’opera abbiamo mangiato leggero prima di partire col tram, siamo arrivati presto al Comunale e ci siamo messi a sedere in galleria in seconda fila. Il Comunale è un teatro grande con le colonne di marmo colorato e un bel sipario rosso bordato d’oro che è alto come una casa di tre piani. E prima dell’opera sono arrivati i musicisti e si son messi a fare  un gran baccano per accordare gli strumenti. Dopo è comparso il maestro, tutto vestito di nero con la giacca a doppia coda,  s’è messo a fare gli inchini e poi ha cominciato  a suonare l’ouverture  nella buca dell’orchestra  davanti al sipario.  Alla fine si è aperta la scena, è  arrivata la Tebaldi e  la gente s’è rizzata in piedi a applaudire  e sembrava impazzita come se  fosse Gino Bartali al giro d’Italia.
La Tebaldi nell’opera si chiama Violetta e fa la traviata, che sarebbe come a dire la puttana, però di quelle di lusso che si fanno pagar bene. Ci aveva un vestito rosso lungo  tutto  pieno di lustrini e tre fili di perle intorno al collo e faceva una festa in una  casa  bella  piena di tavoli antichi coi candelieri e le tende lunghe  gialle alle finestre. E c’erano un sacco di comparse con il vestito lungo che ballavano e strillavano tutti insieme. Poi al secondo atto la Tebaldi  ha smesso di fare la puttana e si è messa  a fare la mantenuta  fissa  del  tenore, che si chiamava Germont e allora eran tutti e due felici e contenti. Dopo è venuto il babbo di lui e ha convinto Violetta  a lasciare il figliolo perché se no rovinava il nome della famiglia e la sorella di Germont non si poteva sposare per via del fatto che Violetta faceva prima la puttana, mestiere che non sta bene anche se a puttane gli uomini ci vanno tutti. E lei  come una grulla gli ha dato retta al vecchio Germont,  è scappata da Parigi senza lasciare l’indirizzo. Io invece  l’avrei mandato direttamente a fare in culo, lui e la sua figliola. Ma le cose nell’opera, son fatte così, mica come nella vita vera. Però Violetta  ci aveva la tisi e  anche se ha ritrovato il Germont giovane, perché’ l’amava ,  le è toccato a  morire lo stesso dopo tutta la fatica fatta per ritrovarlo. E prima di morire  hanno cantato  “Parigi o cara, noi lasce-e-remo, la tua sal-u-te rifio-o-rira’” , che io conosco perché è la romanza preferita della nonna Annita. Però  nell’opera va tutto  a finire a schifio, proprio come è successo alla mia bisnonna, perché Violetta non rifiorisce per niente lasciando Parigi e invece muore di tisi in campagna. Insomma, più che un’opera è una tragedia! A me la cosa che mi ha fatto più impressione è che quando lei sta per morire con la tisi, strilla così forte  che fa venir di sotto il Comunale. Che voce la Tebaldi! Hanno ragione a applaudire e dire brava! Mi sono quasi spellato le mani  a applaudire anch’io e poi ero  commosso  alla fine perché a me Violetta piaceva assai e ero d’accordo con Germont il giovane che disobbediva a quel coglione del suo babbo.
Son rimasto davvero frastornato dopo la Traviata quest’inverno e da quella volta quando torno da scuola all’una mi metto alla radio  a sentir l’opera,  anche se Alberto dice che gli do noia e mi fa spengere quasi sempre.    Insomma la musica mi piace e ho deciso d’imparare a suonare la fisarmonica con un  libretto  che spiega come fare. Sono arrivato a suonare un po’ di motivetti del libro di istruzioni, dove hanno messo i  numeri per far riconoscere  le note a chi non ha studiato, ma sono canzoni di montagna che assomigliano all’Inno di Mameli e fanno francamente schifo. Allora ho chiesto al babbo di farmi andare a lezione di fisarmonica. Lui è rimasto un po’ senza parole e  non ha detto ne’ sì ne’ no.
Però alla fine della settimana siamo andati  sul Lungarno del Tempio dove c’è un’ insegnante di fisarmonica. Siamo saliti al secondo piano di una di quelle case belle che ci sono sull’Arno prima di Santa Croce  e siamo entrati in un ingresso con i tappeti e un vaso cinese su una colonna di marmo. Dopo cinque minuti è arrivata la maestra. Era un donnone grande e grosso  con  un vestito lungo a fiori, con le gote gonfie,  i capelli a crocchia dipinti di nero e la bocca piccina a cuore. La maestra  mi ha abbracciato con quelle braccione grasse e come se fosse mia zia Amelia e  ha detto:”Ma che carino!!!”. Però guardava il babbo, non me. S’ è messa a chiacchierare e  faceva un sacco di smancerie come se fosse bella con  quella boccuccia a culo di gallina  e poi alla fine  mi ha chiesto di farle vedere la  fisarmonica. L’ha guardata un momento on disgusto e  ha detto:
-Questa non è una fisarmonica, è un balocco! Non posso fare lezione con un balocco!!!
Il babbo ci è rimasto male, perché ha fatto un po’ la parte dell’ignorante con questa storia  della fisarmonica, ma poi ha risposto:
            -Pensavo che andasse bene tanto per cominciare....
            La maestra ha scosso la testa,  è andata  in un’altra stanza e è tornata con una fisarmonica grande quanto me e si è messa a suonare su un panchettino nero e tondo che  è scomparso  sotto  l’enorme culo. Però la fisarmonica la sapeva suonare!
            Dopo un paio di minuti ha smesso,  tenendo la fisarmonica sulle gambe e  le mani  cicciute sulla tastiera  e ha detto al babbo:
            “Vede signor Dolara, bisogna prender  la posizione corretta, fin dall’inizio, imparare come metter le mani e come muovere il mantice per mantenere il volume. Perché non va da Checcacci qui vicino e cerca una bella fisarmonica nuova  per il bambino..... .
            Il babbo ha detto “ Va bene...” ha ringraziato la maestra e lei lo ha guardato fisso negli occhi e   gli ha dato un biglietto da visita  con due note di musica e il telefono.
            Siamo andati da Checcacci, che è un bel negozio pieno di strumenti,   alcuni strani che non avevo mai visto prima. Avevano  dei bei pianoforti neri e un sacco di trombe e tromboni di ottone lucido che sono una bellezza. Forse dovrei imparare il trombone invece della fisarmonica....pero’ il babbo ha chiesto delle fisarmoniche.  C’era una signora gentile e giovane nel negozio che ce n’ha fatta  vedere una come quella della maestra e poi si è messa a sfogliare il catalogo col  babbo e ha  cominciato a leggere  i prezzi. Ci sono un sacco di zeri in quei prezzi. Il babbo l’ha lasciata finire, ha aspettato un po’ poi ha detto, “ ci penserò’” e ci siamo incamminati verso casa.
            -Allora babbo, che si fa? gli ho chiesto dopo aver camminato  per un po’ per via dei Malcontenti.
            -Mi sembra che ci vogliano  troppi soldi......e poi la maestra. Ha una bella casa, dev’essere una che si fa pagare....
            -Non gliel’hai nemmeno chiesto quanto vuole...
            -Senza la fisarmonica grande non  vuol nemmeno cominciare!!  Comprala nuova e pagare le lezioni,  costa troppo di sicuro.... Con Alberto all’Università ce n’abbiamo abbastanza di spese. E poi dovrai continuare a  studiare anche te , no?
            -Sicuro...
            -Allora lasciamo perdere. Suona  con la fisarmonica piccina! E poilo zio ti ha mandato i pattini a rotelle. Vai agli Assi sotto il piazzale con la mamma. Tutto non si può fare.
            -Tanto la maestra mi stava sul culo in ogni caso...
            -Bel modo d’esprimerti! A me sembrava simpatica...
            -Si’, perché’ ti faceva gli occhi di triglia!
            -Ma dai, non dire fesserie....         
        Siamo tornati a casa un po’ scorbacchiati tutti e due. A me la fisarmonica dello zio Vittorio sembrava bella, ma da quando sono stato dalla maestra mi sono accorto che è un balocco e basta e non mi da’ più gusto suonarla. Ormai sto cominciando a crescere e non mi piacciono le cose dei bambini piccini. Andrò a pattinare come dice il babbo.

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