Lo zio Cesare, gli incubi e le speranze del secolo breve. .
Dopo questa
brutta storia invece d’andare a giocare pei campi con gli amici sono andato
dallo zio Cesare. In questo periodo è in ferie e la mattina prende la canna e
va a pescare. Io a pescare non mi
diverto, perché’ bisogna stare zitti a guardare il galleggiante finchè’ non si muove. Però dopo le dieci lo zio torna a
casa perché è troppo caldo e i pesci non abboccano. Allora per passare il tempo
e non stare a ascoltare la zia Amelia che
dice un sacco di stupidaggini lo zio si
chiude in salotto e aggeggia alle sue cose. Da quando è in ferie si è messo a costruire
un galeone di legno di balsa, con vele
cannoni e tutto.
Una
volta non lo vedevo quasi mai lo zio perché’ lavorava al sindacato in Borgo dei Greci. Sono anche andato a
trovarlo con mio fratello Alberto. Il sindacato è in un palazzo antico tutto di pietra dove ci
abitava la famiglia Peruzzi,
che prima erano ricchi però dopo non
avevano i soldi per accomodare il tetto e allora l’hanno venduto.Quel giorno con Alberto siamo entrati nel
cortile con le colonne di pietra e il pozzo come usava una volta e siamo saliti passando da uno scalone che assomiglia a
quello del Bargello. Di sopra c’era una gran confusione dappertutto.
Abbiamo chiesto dove lavora
Cesare Franchi e ci hanno mandato
in un ufficio con sulla porta un cartello “metalmeccanici”..
Siamo entrati in uno stanzone con
il soffitto a travi e i muri sporchi e macchiati d’umido. Davanti
al tavolo dello zio, che aveva le zampe a testa di leone, tutto pieno di fogli,
c’eran due finestre con gli scalini di
pietra e le imposte di legno con i
chiodi a vista. Davanti alle finestre
c’erano dei tendoni rossi tutti sfilacciati
e dappertutto un gran puzzo di fumo.
Ci siamo sistemati su una panca in un angolo perché lo zio era a telefono.
C’era sempre un gran via vai di gente
e lui stava al telefono a strillare con qualcuno. Lo zio era il
segretario dei metalmeccanici di
Firenze e stava in camicia con il colletto sbottonato e la cravatta rossa lente sotto il collo e strillava nel
telefono con la voce di uno arrabbiato per davvero.
Il mio babbo mi ha detto
che è diventato capo del sindacato
perché era del partito comunista e alla CGIL comandano i comunisti.
In quel periodo a Bellariva lo zio non ci stava quasi mai perché era sempre
alla camera del Lavoro o a giro
per le fabbriche. Che fosse il capo del sindacato lo si capiva anche stando a
Bellariva, perché arrivavano a casa sua paccate di regali, scatoloni di piatti,
roba da mangiare, radio, una volta persino un motorino. E la zia Amelia tutta contenta ci chiamava a guardare i regali perché’ “finalmente qualcuno si ricordava di
loro”.
Ma la sera tardi tornava a casa lo zio e si
metteva a sbatacchiare le porte di casa e si sentivano gli strilli fino
all’Albereta e la zia frignava e si
faceva venire gli stenterellini e il giorno dopo arrivava qualcuno a riprendere
i regali e la zia Amelia si lamentava per una settimana, che da quando l’aveva
sposato Cesare non aveva avuto che guai,
che prima l’avevano bastonato i
fascisti, e che se non l’avesse salvato
lei buttandocisi sopra e beccandosi un sacco di randellate, lui ci
lasciava la buccia e poi gli avevano
bruciato la fonderia e così da ricchi eran tornati poveri e
bischeri più di prima e che se
non fosse stato per i comunisti e i fascisti avrebbero continuato a campare da signori con la fonderia. Ma lui,
no, duro, a non voler regali dai padroni, come se ci fosse qualcosa di male
ogni tanto! Se i padroni facevano i
regali vuol dire che si volevano
sdebitare
Io non ho mai capito perché si siano
sposati gli zii… passano la vita a litigare e l’Amelia si lamenta sempre, a
parte quando parla dello zio da giovane che era
l’uomo più bello e forte del rione e le donne glielo avrebbero mangiato a morsi. Allora si ferma
un momento, smette di brontolare e
sorride. Figlioli non ne hanno avuti e tutti i giorni attacca questa tiritera
che una volta erano ricchi e avevano la
fonderia e andavano a Viareggio con il sidecar e invece ora non vanno in nessun
posto e stanno in affitto in una casa
che crolla. Quando c’è lo zio in casa, lui
non risponde e al massimo fa una spalluccia. Ma a volte la zia si fa
venire le crisi di nervi allora si
arrabbia anche lui e tira un pugno sul
tavolo che far tremar la casa e dice:
-Amelia, smettila!! Oppure chiamo in causa quello lassù!
-Bene così quando crepi ti
porteranno all’inferno!
-Ci vai tu all’inferno perché bestemmio per colpa è tua!
Bestemmiare
è una cosa che la zia non può soffrire, anche se in chiesa non ci va
mai, e allora smette di fare la lagna, ma poi se ne dimentica e ricomincia
un’ora dopo
La nonna dice che l’ Amelia era una
bella donna da giovane e che con lo zio erano la più bella coppia di Rifredi
quando andavano a ballare alla Società Mutuo Soccorso. Sarà per quello che si
sono sposati. Ora la zia è grassa e vecchia, però ho visto le fotografie nell’album della mamma
e per esser belloccia lo era, ma un po’
grassa anche da giovane. Lo zio si vede che è vecchio, perché ha le borse sotto gli occhi e le rughe sul
collo, però ha un sacco di capelli a spazzola e i denti consumati ma interi. E
poi quando sta a pescare in canottiera sull’Arno anche ora da vecchio è nodoso
come un noce e di grasso non se ne
vede da nessuna parte.
Gli zii si sono sposati a sedici
anni, quando morì di tifo il mio
bisnonno scultore e l’Amelia
moriva di fame, perché la sua mamma
vedova non aveva lavoro e si era beccata pure la tubercolosi. Allora si fece avanti lo zio Cesare e la
mamma gliela avrebbe regalata la zia
Amelia, figuriamoci fare storie perché
qualcuno la voleva levar di casa.
Da qualche giorno però lo zio Cesare
al sindacato non ci lavora più, perché ne
hanno preso uno più giovane come
segretario della FIOM e lui è ritornato
a fare l’operaio alla Fiat. Purtroppo era nella lista dei rompicoglioni e l’hanno messo al collaudo, che è un lavoro che bisogna alzare
balestre tutto il giorno e metterle sotto la pressa per vedere se reggono il peso. Una faticaccia per un uomo vecchio. Ma chi si lamenta è l’ Amelia, lo zio non l’ ho
mai sentito protestare, perché è un omone
grande e grosso che quando era giovane
mangiava un filone di pane a
pasto e piegava le monete tra le d ita come Leonardo da Vinci. Però la sera
quando torna dalla fabbrica lo vedo anch’io che è stanco, perché’ cammina piano
e ci ha le borse sotto gli occhi.
Con me lo zio è sempre gentile e mi
ha promesso che la barca a vela la costruiamo insieme. Meno male, perché non ho
proprio voglia di vedere i miei amici. Quando sono arrivato oggi su da lui è
venuto a aprirmi col grembiule e gli occhiali a mezzo naso e una lima in mano e
assomigliava un po’ a Geppetto quando
accomoda le gambe di Pinocchio, solo che
lo zio ha capelli fitti brizzolati e due sopracciglia che sembrano spazzole da
scarpe e non la merendina gialla sulla testa come Geppetto.
Dello zio mi piacciono le mani, che
sono enormi e coperte di pelle dura che sembra cuoio. Però lui con quelle mani
riesce a farci ogni cosa, anche i lavori
delicati come il traforo su legno di
balza. E poi ha le spalle larghe e le braccia fortissime e gli occhi scuri e
buoni e un vocione basso da orco anche se non farebbe male a una mosca.
Il modello di barca è già un bel
pezzo avanti, però ci sarà da lavorarci una settimana prima di metterla in
Arno, perché bisogna farci ancora le
vele, i cannoni e il timone. Io ho ridisegnato su un foglio le vele di un
galeone spagnolo copiandolo dalla copertina
d’un libro del babbo e in questi giorni che lo zio sta a casa mi ha promesso di
lavorare alle vele con lo spago e con la tela fino a che non abbiamo finito. La
cosa più difficile è fare le pulegge per tirare i fili delle vele, però lo zio
ci riesce con una morsa e un trapanino a mano riusando dei pezzetti di gamba di una seggiola,. Quando ha finito
di fare i buchi con una lima a legno faccio io dei solchettini sul legno per
far passare lo spago.
La zia Amelia oggi è andata a chiacchierare
con la nonna a casa mia e così noi due siamo rimasti in pace a lavorare insieme
nella casa vuota. Io allo zio voglio bene più che a tutti i miei parenti, perché
è forte e gentile e sa fare ogni cosa. Poi sa risolvere i problemi di scuola con la
regola del tre composto, che non ho mai capito cosa sia però funziona. Si mette
a pensare un momento e poi mi dice la soluzione del problema, non sbaglia mai
ma non spiega nemmeno come fa.
-Li costruivi i galeoni quand’eri piccino, zio?
-Quando s’era piccini noi, ti
mandavano a lavorare a nov’anni per
tirare avanti la famiglia, altro che galeoni.
-Alle elementari?
-No, dopo la terza. Prima si
imparava a leggere a scrivere e a far di conto.
-E che lavoro t’hanno messo a
fare dopo la terza?
-Mi hanno messo a bottega dal fabbro di Rifredi
-E che ti facevano fare dal fabbro
da piccino?
-Mi mettevano a reggere la
controbattuta, quando fissavano i perni
di ferro agli angoli dei cancelli.
-Come sarebbe?
-Sarebbe che ti
metti in ginocchioni e tieni un palo di ferro lungo sotto il pezzo da giuntare, stando attendo a tenerlo
diritto contro il pavimento quando il
fabbro ci attacca i bulloni da sopra a martellate.
-E’ faticoso?
Si’, ma soprattutto bisogna stare
attenti, perché se ti scivola di mano ti prendi una botta in testa. Però io ero
robusto da bambino e poi dopo un anno
mi hanno messo a fare altri lavori.
-Che lavori?
-A preparar le forme per fondere.
Quello è un lavoro di soddisfazione, perché bisogna fare i calchi con la sabbia dell’Arno e poi
colarci dentro il metallo fuso e se hai fatto bene il lavoro alla fine apri la
forma e viene fuori un bell’oggetto di ghisa o d’alluminio, che era la mia
specialità. E pian piano l’ho imparato bene
il mestiere del fonditore e mi
son messo per conto mio e facevo di tutto, dai tombini per le fogne del
comune ai serbatoi degli aeroplani.
-E perché’ hai smesso?
-Perché’ mi hanno dato fuoco alla
fonderia
-E chi è stato?
-I fascisti.
-E perché’ ce l’avevano con te?
-Perché’ ero comunista e i comunisti
e i fascisti son come il diavolo e l’acqua santa.
-E perché eri comunista?
-Perché’ i lavoratori vivevano da cani e nessuno li difendeva. E i socialisti facevano
un sacco di chiacchiere e non concludevano mai nulla. Ma poi nel 17 sono venuti fuori
i comunisti e siamo andati a Livorno e ci sembra una bella idea di fondare il partito
comunista, per far la rivoluzione come in Russia. Io avevo la tessera
numero tre, sono stato uno dei primi socialisti a cambiar bandiera. Poi 'Amelia me l'ha fatta bruciare perchè aveva paura dei fascisti.
-La rivoluzione cosa sarebbe?
-Sarebbe che gli operai si ribellano ai padroni e il governo
lo fanno loro.
-Allora perché non l’avete
fatta la rivoluzione quando eri giovane?
-Ci abbiamo provato e a Firenze
abbiamo anche occupato le fabbriche, ma poi
hanno vinto i fascisti. In Russia ci son riusciti, ma poi è andata a
finir male.
-Male come?.
-C’è sempre
chi se n’approfitta e fa solo l’interesse suo..E' cominciata bene la rivoluzione, ma poi alla fine stanno peggio di noi. E mi dicono che ammazzano anche i compagni nei lager. Non se ne fa mai bene una in politica.
-E quando ti hanno bruciato la
fonderia i fascisti, te che hai fatto?
-C’era poco da fare... a quei tempi comandavano loro. Sono andato alla Fiat a fare l’operaio per campare.
-Ma di quelli che t’anno bruciato la
fonderia ti sei vendicato?
-Ci ha pensato quello lassù a
vendicarmi. I fascisti son finiti tutti male. Diversi li hanno ammazzati dopo
la guerra e noi siamo ancora qua a chiacchierare in pace. Tu n’hai visti in giro di fascisti?
-Io no.
-Ecco vedi! Quelli sopravvissuti si
sono rintanati. Una volta invece erano
sempre a giro con la camicia nera a romper le scatole alla gente per
bene. Ora invece parecchi son morti e gli altri non hanno il coraggio di
mettere il naso fuori. Io di vendicarmi
non ho avuto bisogno e non mi interessa nemmeno. Il pane ce l’ho. Una
canna per pescare pure. Le mie idee me
le tengo. Se mi voglio mettere la cravatta rossa me la metto. La vendetta l’ho
avuta così, abbiamo vinto noi.
Il babbo dice che lo zio
si ritroverà in mutande da vecchio, perché pensa all’interesse degli altri e
mai al suo e dice che siccome è
una persona perbene e non ruba né vuol far carriera, i suoi compagnucci comunisti per
ringraziamento delle bastonate che ha preso dai fascisti lo hanno messo per un po’ a
fare il segretario del sindacato dopo la guerra, perché gli operai
si fidavano di lui, ma poi l’ hanno
spremuto come una spugna e alla fine
l’hanno messo in un cantone senza una
lira a fare l’operaio della Fiat a sessant’anni. Lo zio però non si lamenta
mai.
-Ma tu la guerra contro i fascisti l’hai fatta?
-No, io no, ero troppo vecchio per
far guerre di nuovo. L’hanno fatta i giovani in montagna, ma io li aiutavo solo qui dalla città. Però in montagna non ci sono stato. M’e’ bastata la prima di guerra.
-Perché quella guerra lì l’hai fatta anche te?
-Un pochino. Ma son scappato alla
svelta e sono riuscito a non farmi
ammazzare. Io ero socialista a quei tempi e i socialisti eran contro la
guerra. Qui a Firenze s’era organizzato il blocco dei treni che andavano al
fronte per fermar la guerra. Però m’arrivò la cartolina e nascondermi sempre non potevo e scappare
all’estero nemmeno perché c’era la guerra dappertutto. Allora quando m’arrivò
la cartolina andai anch’io alla stazione
a prendere il treno per il fronte.
-E poi cosa successe?
-Mah…era domenica tardi, e dopo il pranzo d’addio colla
famiglia avevo appena passato l’androne dei biglietti che un capitano mi
disse strillando “dove credi di andare?” e
strattonò me e il babbo che mi
accompagnava a braccetto verso il treno. E allora io
mi imbestialii e gli ruppi sulla testa il fiasco di vino che tenevo in
mano. E dopo mi cercavano dappertutto sul treno per fucilarmi, ma invece quando
vennero a cercarmi nella mia tradotta i compagni mi avvertirono che' ne parlavan tutti del fiasco rotto intesta al capitano e io scivolai fuori dal vagone che avevan
già controllato. Quelli della polizia
militare non mi
hanno trovato. Ci abbiamo messo dieci
giorni con i blocchi dei binari per arrivare al fronte. Tanto per avere un’idea dell’entusiasmo dalle patì nostre per
la guerra. Comunque alla fine ci siamo arrivati sulle montagne dove c’eran le
trincee. Bombe, cannoni, baionette e morte. Ma io la guerra non avevo voglia di farla e dopo tre o quattro
passeggiate sotto le mitragliatrici m’ero fatto
il piano che alla
prima ritirata avrei fatto il morto in qualche buca di cannone e mi sarei lasciato prender prigioniero dagli Austriaci.. A me
non me n'importava un accidente del
Tirolo e di Trieste e poi c’eran compagni socialisti anche
dall’altra parte del fronte. E di farmi ammazzare per nulla non mi
piaceva. E infatti è andata in un altro modo, perché avevan bisogno di
fonditori d’alluminio per i serbatoi
degli aerei da guerra e mi fecero ritornare a Firenze di volata perché ero tra
i pochi che lo sapevano fare. E insomma sulle trincee ho lasciato i’
nostri lassù sulle montagne a crepare, perché non avevano la fortuna come me di fare il
fonditore specializzato. Me lo disse il capitano Seghi prima di partire, che
era una brava persona, “Fortunato te,
Franchi! A noi ci tocca rimanere.” E’ c’è morto lassù in trincea. Brutta cosa la guerra.
Speriamo che voi ragazzi siate fortunati
e non abbiate a vederla!
Mentre chiacchieriamo lo zio sistema
gli alberi del veliero con lo spago e io passo i fili sui tiranti che abbiamo
preparato insieme.
-E se il galeone piglia vento e se
lo porta via il fiume?
-Ho pensato di legarlo con tre spaghi lunghi, uno sul timone e due per
la vela grande. Con un po’ di mano si può governare anche da riva.
-Quando si va a metterlo in Arno?
-Non bisogna aver furia nelle cose. Ci
vorrà una settimana per finire il lavoro. Presto e bene non stanno insieme.
-Ti posso
aiutare anche domani?
-Se
vuoi...
E’ proprio simpatico lo zio e mi racconta tante cose. Se non
lavorasse mai io starei sempre a aggeggiare da lui e non ci sarebbe neanche
bisogno di andare a giocare con gli amici del viuzzo.. |
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