Lessico familiare

Che bello avere un fratello. Io e Alberto, 1954


            La famiglia Andreoni abita proprio sopra di noi ed è una fortuna, perché’ io sono amico di Guido  Andreoni anche se lui è più grande di me e lui mi porta sempre  sull’Arno, anche se si fa un po’ pregare, perché portare i più piccini sull’Arno è proibito, perché’ affogano  nelle buche dei renaioli. La mamma di Guido, Lella è poi come se fosse la  mamma mia e da lei mi sento meglio che a casa, perché’ mi lasciano fare ogni cosa, come  stare stravaccato sui letti a chiacchierare e a leggere i fumetti di Pecos Bill. Guido se li fa prestare dal figliolo del giornalaio e si posson leggere a sbafo se non si spiegazzano le pagine e si riportano il giorno dopo.  Gli Andreoni sono una famiglia buffa perché’ sono tondi e piccini. La Lella sarà alta un metro e quaranta e gli mangiavo la pappa in capo anche in terza elementare. Il marito  è alto quanto la Lella e sembra una saliera a base tonda che sta sempre in piedi, porta sempre la giacca e il panciotto anche d’estate e di mestiere fa il  tipografo, e  per via del piombo deve  bere sempre latte e così è diventato più largo che lungo. Il tipografo dev’essere un lavoraccio, perché è sempre via da casa, ma gli Andreoni non hanno mai due lire per far tre e son sempre pieni di debiti. Ma la  Lella  è sempre allegra e canta tutto il giorno quando  fa le faccende.
            La mia nonna dice che  gli Andreoni fanno debiti per via del fratello della Lella che per mestiere fa il ladro e che quando non sta dentro è un buono a nulla e va a sempre a piluccare soldi alla sorella. Una volta che era venuto a trovarla è sparita anche una bicicletta dalle scale. Magari non è stato lui, ma secondo me la faccia a ladro ce l’ha davvero. La Lella invece dei ladri non ha paura e non chiude mai la porta di casa e  allora è comodo perché’ io posso andare da lei a tutte l’ore  salendo le scale. Una volta ho chiesto perché’ non chiude la porta a chiave e lei mi ha detto che in casa  non c’è nulla da rubare e dev’essere vero, perché i  letti e le pentole di cucina non le ruba nessuno neanche a Bellariva e in casa della Lella le stanze son mezze vuote. Però nel gabinetto il padron di casa ci ha messo  una vasca da bagno grande coi piedi di papera e uno scaldabagno  a di rame lucido  con la stufa sotto e  due cannelle grandi; invece da noi c’è solo un lavandino con una cannella e basta. Per fare il bagno in vasca dagli Andreoni  si deve scaldare l’acqua nella stufa di rame con le fascine. Un paio di volte l’anno vo a giro in campagna a raccattar fascine  e dopo facciamo un bel fuoco tutto il pomeriggio e la stanza diventa  bella calda e l’acqua dello scaldabagno di rame comincia a borbottare .  Allora si apre una cannella grande e si riempie  quasi fino all’orlo  la vasca e ci si mette a sguazzare e a fare i tuffi che sembra  di stare in Arno d’estate e si fa un gran fradiciume dappertutto. Ma la Lella è gentile e non brontola mai.
            Noi invece la vasca  non ce l’abbiamo e allora per fare il bagno  la mamma ogni tanto mi porta in tram al Diurno in via de’ Pecori vicino al Duomo. E’ divertente andare al Diurno! Intanto mi piace il bagno pubblico, perché’ è un posto di lusso pieno di marmi colorati. E poi dentro il bagno accanto al vasca ci son sempre due donnone  vestite di bianco con la cuffia in capo come i cuochi che ti danno un asciugamano bianco grande e morbido  e una busta di borotalco gratis  e poi da un tubo sopra la vasca  viene giù l’acqua forte come dal viaio di Perpetuo, ma bella  calda,  e uno si può risciacquare tutte le volte che vuole e riempire la vasca fino all’orlo senza risparmiare. Però dopo mezz’ora  le donnone vestite di bianco ti buttano fuori, perché’ c’è sempre la fila al Diurno di Via de’ Pecori.
            Qualche volta invece d’andare  dalla Lella il bagno lo faccio coi miei fratelli nella conca di terracotta in cucina di casa mia e anche quello è divertente, perché si  sposta il tavolo da una parte della cucina e le seggiole nel corridoio e si metton tutte le pentole  sulla cucina economica per fare l’acqua calda. Dopo un’ora la cucina sembra  un bagno turco e noi ci si spoglia ignudi. Bisogna aspettare che non ci sia nessuno in casa,  perché’ anche se la conca è grande, con l’acqua calda delle pentole  si fanno  sempre dei gran laghi in terra  e la nonna non è come la Lella che lascia correre su tutto e lei invece  sta a brontolare per una settimana se si fa’ fradicio in casa.
            La cucina  di casa è l’unica stanza calda  d’inverno, perché’ la nonna la mattina presto accende la stufa con una fascina e poi via via aggiunge un pezzo di  legno  e  così sulla stufa ci fa anche da mangiare. Sulla cucina economica ci sono dei cerchi di ghisa  che si possono levare con un gancio e si può anche scoprire la fiamma e mettere sopra  il buco le bucce d’arancia che quando bruciano fanno buon odore. Poi intorno al tubo della stufa ci sono dei ferri che si possono allargare come le dita d’una mano per tendere i panni ad  asciugare. La nonna però lava poca roba d’inverno  e a me non  mi garba quando studio in cucina avere i panni fradici stesi, perché’ sembra d’essere al centro sfrattati invece che in una casa cristiana.
            D’inverno  ci si lava  poco in famiglia, perché’ in qualunque modo, in cucina, dalla Lella o in via de’ Pecori,  è sempre  un gran traffico. Nel gabinetto di casa  dalla  cannella vien giù acqua  marmata che  taglia la faccia quando ci si lava il viso. Per farsi la barba il babbo e Alberto scaldano un pentolino d’acqua sulla stufa. Io invece la barba non ce l’ho, non scaldo nulla e mi lavo ancora meno. Nel gabinetto di casa mia a mezza altezza  abbiamo anche il palcomorto, che sarebbe  un palco di legno con la scala che serve  per lo sbratto della casa, e lì ci vanno a finire tutte le cose che non  servono, per  esempio nella buona stagione  ci si mette  il trabiccolo per scaldare il letto d’inverno o le damigiane vuote  o  roba del genere. A parte che in un angolo c’è anche il busto di gesso della bisnonna, perché’ l’originale è al cimitero di Trespiano e il busto lo teniamo in casa perché l’ha fatto il  bisnonno Narciso che faceva lo scultore e la nonna ci tiene. A me invece  fa un po’ paura, perché è tutto nero, fuorché’ gli occhi che sono bianchi con il buco al posto delle pupille  e ti guardano fisso e specie al buio sembra d’avere in soffitta un’anima del purgatorio,  anche se non parla e non trascina le catene come i fantasmi della villa del Benelli. O almeno, io non l’ho mai sentita la bisnonna  a strascicar catene, ma non ci sarebbe da meravigliarsi se succedesse davvero.
            In casa  mia fa un gran freddo d’inverno, a parte la cucina, e per andare a letto la sera si mettono i trabiccoli di legno sotto le coperte con dentro lo scaldino  di coccio pieno di brace accesa. Lo scaldino è attaccato a un gancio sotto il trabiccolo e dopo aver tenuto nel letto il trabiccolo per dieci minuti  si entra tra le lenzuola mettendo i piedi sullo scaldino e così ci si riscalda dappertutto. Dopo viene la nonna Annita a levarlo per metterlo nel letto d’un altro e  così si resta caldi tutta la notte sotto il coltrone pesante di cotone. Io  mi diverto anche a fargli fare l’altalena allo scaldino, facendolo dondolare con un piede sul gancio del trabiccolo, ma non lo dico mai  a nessuno perché’ se va la brace sui lenzuoli gli fa il buco e  magari piglia fuoco anche il letto e poi la nonna mi strozza.
            In camera dormo con la nonna Annita e con mio fratello Luigi. La  camera nostra in casa la chiamano tutti “la ghiacciaia”, siccome ci fa un freddo cane  per via delle pareti che guardano verso  nord e delle finestre che chiudono male e fan passare lo spiffero con la tramontana. A parte  gli scherzi, camera mia  l’usiamo davvero  come frigorifero,  perché ci teniamo tutto l’inverno il burro, le patate e le cipolle proprio  sotto la macchina da cucire della nonna. D’estate invece la nonna fa la spesa tutti i giorni,  se no la roba si sciupa. Il frigorifero a Bellariva ce l’ha solo l’Averardo, però è un gran traffico, perché tutti i giorni lui va  comprare una stanga di ghiaccio dal lattaio e la porta a casa in un giornale per metterla in  ghiacciaia. Ha ragione la nonna che  è più comodo andare in via Aretina a comprarla direttamente dai bottegai.
            A me non dispiace dormire con la nonna perché ci sono abituato e poi mi sta  simpatica. E’ rimasta vedova a quarant’anni e non si è risposata e siccome la mamma va a lavorare lei fa le faccende e sta dietro a noi. Il babbo  lascia i quattrini per la spesa tutte le settimane e lei li nasconde dentro la macchina da cucire nel cassettino dei fili, non avesse mai a capitare in casa il fratello della Lella. La sera prima di addormentarsi si mette a biascicare che sembra dica il rosario, invece è lì che a sta a pensare al mangiare e ai conti del giorno dopo. E’ anche una buona cuoca la nonna, anche se è un po’ taccagna e le piace risparmiare. Quando non c’è il babbo  ci rifila volentieri fagioli e mortadella. E poi per giustificarsi dice: “Paglia o fieno, basta che i’ corpo sia pieno. Sono passata davanti al pizzicagnolo e ho sentito un odorino!”Per noi ragazzi  “l’odorino” è come dire pane e mortadella, che a me piace anche, ma i fratelli grandi  protestano quando la nonna sente l’odorino troppo spesso. La nonna però risponde pronta:
            - A me mi basta un  po’ di mortadella per far cuccagna!
            E noi le abbiamo messo il nomignolo “cuccagna”  per via della mortadella di Bologna che compra sempre quando il babbo è fuori. Ma lei lo fa per risparmiare, perché il babbo è nervoso da quando  ha dovuto spendere un mucchio di quattrini per Alberto che studia Medicina. L’ho trovato l’altro giorno per il viuzzo con un pacco grande che faceva fatica a portarlo e gli sono corso incontro tutto contento credendo  che ci avesse dentro un regalo. “Babbo, Babbo, che c’è dentro il fagotto?” Gli ho detto.... e lui ha grugnito senza  rispondere. Poi a casa ho scoperto che aveva comprato il trattato di Anatomia del Chiarugi, che sono cinque volumoni pieni di scritto fitto fitto e di figure di uomini e donne spellati o con le budella fuori che  servono  ad Alberto per studiare l’Anatomia, che sarebbe la scienza di come siamo fatti dentro.
            La nonna d’inverno  di giorno sta sempre in cucina, per via del  freddo. E agita le mani a far calzini con quattro ferri in croce o a rammendar qualche paio di calzoni perché’ non riesce a star ferma un minuto. Alberto invece dorme e studia in salotto,  dov’è c’è anche  il tavolo da pranzo per le feste che però è sempre pieno di libri di medicina. Alberto studia sempre e d’inverno  per star fermo a sedere tutto il giorno  al freddo si mette la sciarpa e il cappotto e le babbucce di pezza e poi tiene le mani nelle maniche del cappotto e le tira fuori  solo quando deve girar pagina.
            A me i libri di Anatomia del mio fratello hanno fatto una grande impressione, perché son pieni di disegni di gente squarciata, uomini e donne, senza le mutande a coprire le vergogne. I libri di Anatomia sono grandi e  cicciuti come il libri della biblioteca del maestro e le pagine erano ancora  da tagliare e allora io e Alberto ci siamo messi con un coltello a aprirle una per una . Per forza  Alberto  sta sempre a studiare, se deve imparare a memoria tutta quella roba! Ogni tanto gli dò una sbirciatina anch’io ai libri di Anatomia, perché’ così sono sempre quello che ha l’ultima parola con gli amici di Bellariva quando si parla di come siamo fatti dentro e fuori e specie per quanto riguarda i quartieri bassi che interessano a noi ragazzi. Ma a volte i miei amici non  ci credono ai nomi strani e alle cose che gli racconto, anche se glielo dico che  l’ho viste nel libro d’Anatomia. Ma gli amici del viuzzo non mi pigliano sul serio e dicono che tiro ad  inventare. Per esempio  sono convinti che se uno va troppo con le donne  si ammala, perché’ il cinci è  attaccato al midollo spinale e uno diventa smidollato se tromba troppo e siccome questa storia  l’hanno sentita dire dal prete non mi riesce a convincerli che non e vero. Io glielo dico che  il cinci è attaccato ai testicoli e alla vescica, ma loro non ci credono e continuano a dire che è attaccato al midollo. Valli a capire....
            Nella stanza d’Alberto c’è silenzio e si studia bene, però d’inverno fa un freddo boia e io preferirei stare in cucina accanto alla stufa. In cucina però viene sempre la zia Amelia, che è la sorella della nonna che abita accanto a noi e che è una gran chiacchierona. Allora, quando la nonna e la zia attaccano a cicalare in cucina e io sono lì a fare i compiti, mi metto a strillare:
            -Zitte, ho da studiare!
            La zia Amelia sta zitta cinque minuti e poi ricomincia a ciaccolare  fitto fitto, perché  quella linguaccia ferma  non la sa proprio  tenere.  La zia Amelia  è sorella di secondo letto della nonna Annita, perché il nonno Narciso si è risposato quando gli morì la moglie di parto. Sposò una Cidoni, e la nonna dice che non era brava e simpatica come la sua mamma. E  quando la zia Amelia dice qualche sciocchezza, la nonna scuote la testa e dice : “ha preso tutto dai Cidoni”.  La nonna invece è intelligente e dice sempre le cose giuste. Però è buffa, perché’ parla come il libro di Pinocchio. Io non ho  capito se è Pinocchio che parla come la nonna o la nonna che parla come Pinocchio. Noi in casa li chiamiamo i dettati della nonna, perché lei ne ha sempre uno pronto per tutte le occasioni. Se rompo qualche cosa e dico: “pazienza”, lei mi tira una botta in testa con un mestolo di legno e dice: “pazienza un corno, disse il Pitti al Granduca. Il palazzo è mio e ci voglio stare io”, che sarebbe poi la storia di come il granduca fregò il palazzo alla famiglia Pitti. E se un bottegaio le rifila qualche porcheria la nonna subito ” Per una volta messo mi sia, disse la monaca”, e il giorno dopo  va a litigare in bottega. Comunque i dettati della nonna non mi disturbano quando studio, perché durano poco. La zia Amelia invece è sempre a ciaccolare e a lamentarsi e dev’esser vero che questi Cioni fossero una lagna se assomigliano a lei come dice la nonna. Meno male che di giovedì c’è la commedia alla radio e  allora la nonna  prende un pezzo di legno per la stufa e  va a sentire la commedia su dalla zia,  perché loro hanno la radio buona lasciata dagli americani ma non i soldi per la legna. E allora io di giovedì metto le bucce di arancia sui cerchi di ghisa della stufa di cucina nostra e me ne sto come un papa tutto solo a fare i compiti da solo.
            Gli altri giorni invece, se la zia Amelia mi fa scappare la pazienza, mi metto il cappotto e vado a studiare con Alberto. Da Alberto sono io che devo stare zitto e non disturbare. Allora abbiamo fatto un patto. Io ho diritto a tre domande per pomeriggio, ma le devo mettere insieme  e aprire bocca  una volta sola. Però va bene anche così. Si studia bene sul tavolone grande nella stanza d’Alberto e  mi fa piacere leggere in silenzio e sentire il fruscio delle pagine dei libroni d’anatomia senza sentire  le bischerate che dice la zia Amelia in cucina. Nella stanza d’Alberto ci sarebbe anche una stufa rossa di coccio, ma tenerla sempre  accesa costa troppo. Ogni tanto però io e Alberto ci si mette un pezzo di legno e così un pomeriggio  almeno si studia al caldo e al silenzio. Che pacchia sarebbe se si potesse accendere la stufa rossa tutti i giorni!!
            In casa degli Andreoni  al piano di sopra  fa freddo come da noi e   la Lella chiacchiera meno della zia Amelia, però sta sempre a canticchiare e così mi fa venire il nervoso anche lei quando devo studiare. E poi con Guido l’amico mio  studiare non si può, perché’ a scuola è ciuco e l’unica cosa che gli piace  fare è leggere i fumetti di Pecos Bill.
            A casa Andreoni  c’è anche il  fratello grande  di Guido, che si chiama Giorgio e che fa l’impiegato dal Bianchi delle  biciclette,  però lui di mestiere davvero vorrebbe fare il cantante.  A Giorgio gli piace Claudio Villa e quando torna a casa a mezzogiorno  dopo mangiato va al gabinetto, si cala i pantaloni sul water per fare la cacca e  attacca:
            -Leuna rossaaaaaa,  tu che mi paaar sinceraaaa..
che sarebbe poi una canzone di Claudio Villa che va di moda ora. Solo che lui canta “luna rossa”  tutti i giorni, alla stess’ ora, e continua a sberciare seduto sul  cesso fino alle tre quando esce di casa per tornare a lavorare. Giorgio gli somiglia pure  a Claudio Villa, perché’ anche lui è piccino, grasso, con la faccia tonda e  la bocca spalancata. Ma secondo me lo fa apposta ad assomigliargli perché  tiene la fotografia di Claudio Villa attaccata accanto allo specchio del gabinetto  e  quando si pettina fa  le smorfie e gli occhi a triglia per assomigliare alla fotografia.  
            Che sia vera questa storia di  Giorgio che canta Luna Rossa a sedere sul water lo posso giurare, perché  non chiude  la porta del gabinetto. Quando l’ho raccontato alla mamma, mi ha detto subito di smettere,  lei non le vuol sentire queste storie volgari. Però  quando  Giorgio canta sul cesso  lo sente  tutta Bellariva anche a porta chiusa, perché ha un gran vociaccia forte e strilla a bocca aperta come se avesse paura d’essere scannato.
            Insomma che in casa Andreoni si stia più tranquilli che a casa mia non si può dire davvero, con la Lella che canterella tutto il giorno per farsi passare la malinconia e Giorgio che strilla come un vitello svezzato. Allora io dopo mangiato ci vado fargli visita e a chiacchierare, ma per studiare  è meglio che resti a casa mia.
            Giorgio vorrebbe fare il cantante di mestiere, anche se fa l’impiegato nella fabbrica di biciclette del Bianchi. E per questo ha trovato per fidanzata una che canta, una donna piccina  che si chiama Luisa, ma negli spettacoli si fa chiamare Manola. La Luisa  ci ha due  gambette  secche e  capelli lisci  tinti di nero e  poi sugli occhi  si mette le ciglia finte e le palpebre se le dipinge di blu.  Negli spettacoli di varietà fa sempre la Spagnola, colla rosa nei capelli e le sottane rosse  a pallini  bianchi  che fa frullare in alto per scoprire i ginocchi quando balla il flamenco.  Però con quelle gambe secche mi piace ancora meno.
            Ogni tanto lei e Giorgio fanno compagnia  con Agnello, che è un comico di Bellariva e tutti lo chiamano così per via del naso, che è grande, come si dice, quanto un quarto d’agnello. Per il resto  invece Agnello è  secco e  storto come un  baccello e  per questo fa ridere solo a guardarlo,  soprattutto quando fa le  boccacce con la lingua fuori e fa vedere  le gengive senza denti.  Agnello però è un buon uomo e ci fa ridere quando fa l’avanspettacolo nel bar del  Redditi. Quando non fa spettacolo e  cammina per il viuzzo non ride mai. Lui sta di casa in una  delle casine del viuzzo   prima di via Aretina e ha sposato una donna brutta coi denti in fuori, e nel viuzzo  la chiamano la Agnella per via del marito,  anche se  assomiglia più a un cavallo che a una pecora. O forse Agnello quando non fa l’avanspettacolo ha  il nervoso perché  con le recite non  mette insieme  una lira per far due  e  il fiato per fare un lavoro normale non ce l’ha e  allora la famiglia la mantiene  la moglie che lavora come lavandaia. Però lei  è stata parecchio in ospedale e fa fatica anche a stare in piedi. Le lavandaie invece son tutte robuste, perché bisogna star chinate sul trogolo tutto il giorno e fare la treccia ai lenzuoli e sbatacchiarli nell’acqua e cenere  con la mestola di legno finche’ non vengono puliti. E sembra un orchestra di tamburi per tutto il giorno in lavanderia, soprattutto d’estate con le finestre aperte. Una  faticaccia davvero e quando escono fuori dopo una giornata di mestolate non hanno neanche più la voglia di scherzare. Però a Bellariva è l’unico lavoro che c’è da fare per le donne del viuzzo, a parte la puttana. E allora l’Agnella fa la lavandaia quando le basta il fiato, perché per fare la puttana è troppo brutta. 
            Qualche volta la sera dopo  cena Giorgio, Agnello e la Luisa  fanno le prove in casa della Lella e allora  mi fanno stare, tanto  son di famiglia. Agnello dice le barzellette, che sono tutte  sporche e io non dovrei nemmeno starle a sentire,  però mi fanno ridere  e poi tra noi ragazzi se ne raccontano anche di  peggio.
            Le prove le fanno nella cucina della  Lella e spostano la tavola da pranzo sotto la finestra e le seggiole nel corridoio. Io mi metto rannicchiato  in un angolino per non dare noia. Nasello fa il presentatore e comincia a riscaldare il pubblico con una barzelletta, tipo quelle sui mariti cornuti, che fanno ridere di sicuro.  Poi entra in scena  Giorgio e strilla  “Luna rossa”, che è la canzone che canta meglio con tutte le prove che ha fatto sul water dopo mangiato. Il cantante di spalla  è  Walter del Palazzone, quello che sta negli scantinati con l’umido, che canta di gola anche lui e accompagna  Giorgio con la chitarra. La chitarra però non si sente nemmeno perché’ Giorgio strilla  così forte che lo sentirebbero anche  da Diladdarno. A un certo punto della canone  si spalanca a un tratto  la porta del corridoio e  entra  la  Luisa vestita da  gitana con la sottana a pallini. Allora Giorgio  abbassa un pochino la voce e fanno un duetto insieme, e la Luisa  fa “uh’, uh’, uh’ ” con la vocina  di controcanto. Quando hanno finito il duetto  Walter attacca il flamenco con la chitarra e la Luisa  alza  la sottana con le palle bianche  e fa vedere le gambe e  sbatte  i tacchi sul pavimento con le scarpe rinforzate di ferro e la casa comincia a tremare, e secondo me uno di queste sere ci ritroviamo tutti diritti in cantina. Meno male che Alberto non studia dopo cena. Alla fine  dello spettacolo Giorgio canta “Mamma”  come Renato Taioli  al festival di San Remo, che piace sempre alle donne soprattutto quelle d’una certa età, che gli vengono gli occhi lucidi dalla commozione. Invece secondo me, con modestia parlando, “Mamma” fa proprio schifo e preferisco “Luna rossa”, se non fosse che mi ricorda un po’ Giorgio sul  water.
            L’altra settimana hanno  fatto l’avanspettacolo  nel caffè all’aperto dietro il negozio del  Redditi in via Aretina  con un palco di legno in mezzo al campo e  la gente si metteva  a sedere  coi tavolini intorno  e pagava di più la consumazione per sentir cantare e  ascoltare le barzellette  di Nasello. Io e i miei amici  siamo stati a sbafo dietro la siepe del campo della Beppa e  siccome lo spettacolo l’avevo visto le sere prima alle prove,  non mi sarei messo a  sedere  a un tavolino neanche se avessi avuto le tasche piene di quattrini.
            In casa nostra ci si sta volentieri, perché’ gli Andreoni sono gente per bene, però è una  casa un po’ buffa,  che sembra una casa normale di Firenze con la terrazza e le cornici di pietra intorno alle finestre, ma  la facciata  è proprio in mezzo a un campo  e non  si è capito mai perché si chiami  via Quintino Sella e a noi  ci abbiano messo sulla porta  il numero cinque. Intorno  a casa  ci sono solo i campi di Perpetuo e dei lavandai  e niente case. Davanti al portone  c’è uno spiazzo   sterrato col pozzo e il viaio  della Beppa e accanto c’è l’ orto di guerra, che l’ha fatto il mio babbo e il mio fratello grande quando non c’era nulla da mangiare prima che nascessi io e poi è rimasto lì  perché ci piace tenere i pomodori e l’insalata anche se la guerra è finita.   Dietro casa mia c’è il terrazzo della  cucina che ci serve l’estate per mangiare al fresco sopra il campo Fello e di Nando.
            Fello è un omone coi baffi bianchi e senza capelli che fa il lavandaio e stende i lenzuoli tutto il giorno e non dice mai parola. Nando fa il lavandaio anche lui e come Fello di parole ne dice poche, ma in compenso strilla bestemmie  tutto il giorno peggio dei carrettieri di Bellariva, che  in quanto a bestemmie hanno poco da imparare.  Per l’appunto il campo di Nando è proprio sotto il terrazzo di cucina e alla mamma le  tocca  tapparsi in casa  per non sentir le bestemmie quando torna a casa da lavorare. Però non è cattivo Nando, perché’ durante la guerra ci ha prestato il campo per farci il rifugio antiaereo.  Allora, proprio prima che nascessi io,  il mio babbo insieme agli altri uomini di Bellariva ha fatto una gran buca e poi ci hanno messo sopra le travi e la terra  con le zolle  così che dall’alto sembrava  tutto uguale al  prato. Alberto mi ha raccontato che  durante la guerra all’età mia  si metteva alla  porta del rifugio a guardare  le fortezze volanti americane  che sganciavano le bombe appena arrivate su Bagno a Ripoli e le bombe con l’abbrivio arrivavano fino alla stazione di campo di Marte. Le bombe venivano giù a grappoli e   brillavano contro il sole, perché  gli Americani bombardavano di giorno per vedere meglio la stazione di Campo di Marte. Sul campo di Nando di bombe non ne è cascate mai,  ma  quando si sentivano fischiare  prima del botto bisognava rintanarsi dentro il rifugio perché’  voleva dire che le bombe stavan cascando  vicino. Se invece il fischio non si sentiva, allora era segno che andavano verso la stazione e dopo si sentivano i botti da lontano  e si vedeva il fumo. E infatti Piazza Alberti, che è vicina alla stazione di Campo di Marte,   è ancora piena di buche e di case rotte, anche se la guerra è passata da parecchio. 
            A  casa nostra di bombe non  ne è  mai cascate una, ma è stato bene che  ci fosse il rifugio, perché’ i tedeschi da Montebeni sparavano cannonate contro gli Americani verso Rovezzano e un giorno hanno sbagliato mira e hanno tirato giù la stanza d’Alberto. Io non me ne ricordo perché’ stavo ancora prendendo il latte dal poppatoio, ma me lo ha raccontato la nonna che scappava nel rifugio con il pentolino del latte appena suonava la sirena dell’allarme. E allora glielo diciamo sempre alla mamma che Nando poi tanto cattivo non è anche se bestemmia tutto il giorno e che se non ci avesse fatto  fare il rifugio nel campo si sarebbe finiti tutti sotto le cannonate dei tedeschi, ma lei non lo può soffrire lo stesso per via delle bestemmie.
            Ora poi Nando è diventato più gentile, e bestemmia solo quando gli casca un palo con i panni sopra, perché’ la moglie è malata e lui la porta nel campo a prendere aria con la cariola dei panni e la lascia sotto il nespolo a prendere il fresco mentre lui stende i lenzuoli.  La moglie di Nando ha la nefrite, che sarebbe una malattia di reni, è allora è tutta gonfia e deve star senza  sale. E’ per quello che  tutti i giorni la mia nonna si traveste con qualche vestito strano e qualche panno colorato in testa e va a far la buffona a casa di Nando all’ora di pranzo, così la moglie di Nando  si distrae e non pensa al mangiare senza sale che fa schifo. Però Alberto mi ha detto che camperà poco e lo vedo anch’io perché’ ormai sta tutto il giorno sotto l’albero e non ha nemmeno il fiato per chiacchierare.
            La facciata di casa nostra è buffa perché’ c’è un terrazzo al primo piano  con le colonnine di pietra a gamba di tavolo come li costruiscono per le  case dei signori e le finestre hanno le persiane marroni e  una cornice di finta pietra  con gli smerli a fiori. Sembrerebbe quasi un posto di lusso, però la casa è piccina e in mezzo al nulla e fa un po’ ridere, perché’ sembra fatta apposta per una strada elegante e invece davanti c’è solo la colonica di Perpetuo  e il pozzo della Beppa.  Sopra la porta di casa  ci hanno messo  una lastra di pietra con la scritta   MDCCCCIX in latino, che sarebbe poi  la data in cui l’hanno costruita i  Martini che sono i padroni di casa.
            Il  balconcino degli Andreoni al primo piano sarà anche un grande lusso, però non ci sta mai nessuno, perché’ d’estate  la gente porta la seggiola fuori casa e sta a chiacchierare  sul  viuzzo a prendere il  fresco, mentre d’inverno il terrazzo guarda a tramontana e ci piove e tira vento e allora non serve a nulla.   L’altra cosa buffa e  che vicino a casa nostra, in mezzo a un campo, i padroni di casa ne  hanno costruito un’altra,  brutta come la peste,  storta e con le finestre piccine. Lì ci  sta di casa la  zia Amelia e  il suo marito Cesare. Secondo me i  Martini sono padroni di casa strani,  perché’ casa  nostra l’hanno costruita con i cornicioni a fiori di finta pietra  e il terrazzo a colonnine e quella accanto invece l’anno fatta piccina e tutta storta e allora sono venute le crepe nei muri e  dentro le crepe ci hanno messo i vetri per vedere se crolla e hanno anche dato lo sfratto allo zio Cesare. Lo zio però non si muove, perché secondo lui la storia della casa che crolla  è tutto un trucco dei padroni per cacciarlo via.
            L’ingresso  delle scale di casa nostra è bello largo  e questa è una gran comodità perché’ ci si posson lasciare le biciclette di tutti  e attaccata al muro  c’è una scala che va su  dalla Lella, con una ringhiera e un corrimano che noi ragazzi si adopera per scivolare giù senza far le scale. Le stanze dentro casa  però sono piccine e ci si sta  stretti. Per un po’ i padroni di casa  ci hanno dato da usare la cantina che serviva al babbo anche per mettere la roba del suo lavoro e la legna per l’inverno. Poi il padrone di casa ha deciso di  guadagnare di più e ci ha fatto sgomberare tutto e in cantina ci ha messo la Clorinda con il marito che fa il manovale. Sono tre stanzucce umide e buie, ma loro non hanno soldi per pagare l’affitto di una casa  più cristiana  e stanno in cantina senza brontolare. La Clorinda e il marito mangiano sempre fagioli. Noi ragazzi li prendiamo anche in giro  e diciamo sempre che  sono loro che hanno scosso le fondamenta della casa accanto con  le scoregge per via dei fagioli. Però la Clorinda  tiene anche in casa  tre galline che fanno le uova e siccome non le vende vuol dire che ogni tanto qualche frittatina la devono mangiare anche loro.
            Quando ci hanno sfrattato dalla  cantina, noi non sapevamo dove metter la legna per l’inverno. Allora ci ha prestato la soffitta la Lella. Però per arrivare  in soffitta bisogna usare una scala a pioli appesa alla parete delle scale  e allora tutti gli anni è un gran laboratorio per portar su la legna. Prima  arriva il camion e scarica tutto davanti alla porta d’ingresso. Poi i grandi fanno una catena  lungo le scale e si passano i pezzi di legna uno alla volta.  Noi più piccini  ci mettiamo in soffitta a sistemare la legna lungo i muri perché’  se si mette nel mezzo il pavimento crolla. Mio fratello Alberto sta in bilico in cima alla scala  e noi si prende la legna dal finestrino e la si sistema contro i muri, per benino, tutta in ordine che sembra una biblioteca invece che una soffitta. E anche  andare a prendere la legna tocca a noi ragazzi, perché’  i grandi non  si arrampicano  volentieri sulla scala appesa in bilico accanto  al finestrino. Però è divertente perché  così abbiamo la scusa   per usare la soffitta  come base   quando dobbiamo fare qualcosa senza farlo sapere ai grandi. Ma non bisogna dirlo a nessuno perché da quando è pericolante la casa accanto i grandi hanno sempre paura che  la soffitta ci crolli sulla testa.

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