Il nostro amato fiume

Il barchetto per traghettare la gente da Bellariva all'Albereta. Nella parte anteriore si nota l'impalcatura per la tenda estiva. Anche i barcaioli hanno le loro comodità e la fissa dell'abbronzatura obbligatoria. non è ancora nata.

Oggi mi sono messo d’accordo col mio amico Guido per fare il bagno in Arno.  E’ proibito andare sull’Arno, che è pericoloso per via delle buche, ma è difficile resistere perché è la cosa più divertente  nella stagione buona.
            Sul greto del fiume vicino a casa  il vecchio Trocilo ha una baracca  grande  dipinta di verde accanto alla villa del Benelli. D’inverno ci tiene le barche, perché l’Arno è mattarello e se le lascia nell’acqua qualche mattina non ci trova nemmeno il palo. Poi di primavera bisogna calafatarle e ridipingerle perché’ il legno non tiene e senza sistemarle  andrebbero a fondo. E’ un lavoro lungo e  tutti gli anni Trocilo  tira fuori le barche  dalla baracca  e si mette ad aggeggiare  con la pece  e la stoppa. Prima  tira fuori una barca sul greto e la mette a pancia in su sotto le acacie per lavorare all’ombra. Poi gratta la vernice vecchia  con il raschino e con lo scalpello ritrova il legno sano  tra una doga e l’altra. Quando ha finito di raschiare prende un ciuffo di canapa da una balla grande che tiene sul fondo della rimessa, fa una treccia  tra le dita  e  immerge la treccia nella pece. Dopo  tira fuori  un arnese apposta per infilar la stoppa tra le doghe e quando ha finito  porta  a liscio  con  la spatola di ferro. E’ un lavoro difficile e se non è fatto bene la barca fa acqua e bisogna ricominciare da capo.  Trocilo si mette a lavorare la mattina presto  sotto l’acacia  e non alza la testa dalle barche per tutto il giorno. Quando il lavoro con la pece è finito mette la barca su due rulli e la lascia a bagno per due giorni dentro l’acqua, così il legno si  dilata e la pece si attacca alle doghe. E dopo  riporta la barca a secco, la lascia asciugare e la ridipinge di verde di fuori e di rosso di dentro. Per il lavoro di pittura si potrebbe anche fare aiutare da noi ragazzi, ma Trocilo non si fida tanto di noi e ci lascia solo spingere avanti e indietro le barche  sui rulli quando il lavoro è finito. Le barche sono una diecina e ci vogliono un paio di mesi di lavoro per metterle a posto. A questo punto le  sistemiamo noi sull’Arno legate alla catena  per chi  ha voglia di andare a fare un giro a pago.
            Noi stiamo sempre sul greto  guardare  Trocilo  che lavora con la pece  e a scioglier la catena della barca quando arrivano i clienti, ma  in teoria  nessuno  ci ha visti, perché’ l’Arno è pericoloso e tutte le estati ci affoga qualcuno proprio lì davanti nelle buche dei renaioli. Però siccome noi siamo sempre a dare mano,  Trocilo ogni tanto  fa uno strappo alla regola e ci lascia prendere la barca gratis per andare sul fiume.
            Oggi con Guido e Gianni abbiamo intenzione di andare in barca tutto il pomeriggio e gliel’ho chiesta io la barca a Trocilo, perché’ si fida  di più di me  che di Guido, anche se lui è più grande.
            -Mi raccomando, non scendete nell’acqua se no i vostri genitori poi  se la rifanno con me!!
            -Stai tranquillo, Trocilo!
            -Se ritornate bagnati non ve la do più la barca.
            La gita che ci piace di più e quella  fino a massini prima della pescaia di Rovezzano. Si parte dalla Villa del Benelli e si risale il fiume verso monte. Quest’anno è piovuto parecchio e  la corrente è ancora forte. L’acqua è verde e opaca e odora di borraccina. Le barche di Trocilo sono facili da manovrare e stabili, non sono come quelle dei canottieri, lunghe e strette che basta nulla  per andare in acqua.
            Io so nuotare perché il babbo mi ha mandato a imparare  alla Rari Nantes, che è proprio sotto il ponte di ferro, per imparare a  nuotare con lo Zabberoni che è stato campione italiano. Lo Zabberoni voleva che restassi nella squadra  per fare  le gare, ma a me  mi  faceva fatica, perché ci si diverte più a stare sull’Arno con gli  amici  che a  fare le vasche avanti e indietro alla Rari Nantes. Allora gli ho detto di no e mi hanno buttato fuori.
            Guido nuota a cane e se la cava nell’acqua, ma non ha  fiato  ne’ stile perché’ alla Rari Nantes  non ci è mai stato. Gianni lo conosco meno.
            -Gianni, sai nuotare?
            -Un pochino....
            -Un pochino quanto?-
            -Sto a galla”
            -Guarda che se affoghi poi danno la colpa a noi!
            -No, no, a galla ci so stare..
            Non mi convince lo stare a galla di Gianni, però ormai la barca l’abbiamo presa e  sarebbe un peccato mandare all’aria la gita. 
            Per arrivare ai massini bisogna fare la prima curva dell’Arno prima dell’Anconella  e poi proseguire  controcorrente verso Rovezzano, ma ci mettiamo un sacco di tempo prima d’arrivare perché’ remiamo piano piano  e ci fermiamo lungo la riva dove l’acqua è bassa a guardare i pesciolini che guizzano nel fiume motoso. Dietro  la curva dell’ Anconella si intravedono i massini, che  assomigliano a scogli che spuntano dall’acqua in mezzo al fiume.
            -Secondo voi i massini per cosa li hanno costruiti?- Domanda Gianni che abita in via Aretina e sull’Arno non ci viene  quasi mai.
            Io non so resistere quando qualcuno mi chiedono di spiegare qualcosa.
            -Sono la diga che hanno fatto gli Americani per costruire  il ponte di ferro  dentro il  fiume. .
            -Macché’ diga d’Egitto- m’interrompe Guido - I massini son le mura di un convento vecchio. Una volta ci  abitavano le monache, poi  è venuta la piena e ha buttato giù tutto e   le monache  sono affogate. Son loro le anime  che trascinane le catene alla villa del Benelli di notte.
            -Macché’ convento!- Riprendo io, anche se la storia degli Americani  me la sono inventata li per lì -Ma ti pare che si sarebbero  messi a costruire il convento in mezzo all’Arno?
            -Forse l’hanno costruito apposta per tener gli uomini lontani dalle monache! Anche se a me le monache mi stanno sul culo e son tutte brutte e vecchie.
            Gianni non si pronuncia. Forse non gliene importa nulla di sapere  a cosa servissero una volta quei pezzi di muraglia prima di diventare i  massini,  come li chiamiamo noi di Bellariva. Che poi sarebbe a dire  tre  muri  sbrecciati  fatti di sassi, proprio in mezzo all’Arno che vanno benissimo per attraccarci le barche e pigliare il sole. E questo basta e n’avanza.
            I massini sono l’ideale  per fare il bagno in mezzo al fiume, perché’ da una parte c’è l’acqua fonda per fare i tuffi  se uno sa nuotare e da quell’altra c’è l’acqua bassa per quelli che stanno a galla appena. Poi, siccome  non si  può tornare  da Trocilo con i capelli fradici se no lui non ci dà più la barca, allora ci si  spoglia  ignudi, si lasciano i vestiti sui sassi e  si aspetta che i capelli si asciughino prima di tornare.
            Una volta  da piccino sono venuto sull’Arno da solo mi son levato i pantaloni e sono entrato nell’acqua fino a mezzo busto e mi son bagnato  e le mutande  e quando sono tornato a casa il mio babbo  si è accorto dalle mutande fradicie che ero stato dentro il fiume e mi ha frustato sulle gambe  con la cima di una canna di bambù e  io saltavo e dicevo “ohi ohi” anche più del giusto perché’ vedevo la mamma che ci aveva le lacrime agli occhi e diceva, “basta, basta, poverino....” E il babbo “ma che poverino! Così un’altra volta ci pensa prima di andare in Arno da solo!”.
            Da quella volta ho imparato il trucco  e ci si spoglia  ignudi e si mettono tutti i vestiti sui massini e quando c’è venuto a noia di  stare nell’acqua ci si stende al sole e  ci si asciuga i capelli  così si arriva asciutti da Trocilo e a casa nessuno si accorge di nulla. Addosso rimane  l’odore  di muschio dell’ acqua  d’Arno, ma tanto noi ragazzi non ci annusa mai nessuno e puzziamo sempre anche senza l’Arno.
            L’acqua del fiume è fonda  a  valle dei massini e c’è corrente forte  fino alla  fine della primavera. Guido  e Gianni lo sanno che non bisogna scherzare  con l’Arno e nuoticchiano a cane vicino, pronti ad acchiappare un remo o il bordo della barca. Gianni prova a allontanarsi, ma sa appena stare a galla. Gli vado vicino, perché’ sono quello che nuota meglio e lui mi si aggrappa  al collo, rischiando di portarmi  sotto. Meno male che alla Rari ci hanno fatto diventare mezzi pesci!  Mi divincolo e lo tengo su con una mano sotto la pancia, portandolo verso il massino più vicino.
            -O bischeraccio,  attaccarti alla barca e non andare a giro, se no va  fa a finire che affoghi anche me- Gli dico io un po’ impaurito, ma  più per lui che per me.
            Gianni si è preso paura davvero e rimane attaccato  alla punta del massino, dove c’è una piattaforma bassa sotto l’acqua e  si può stare a mollo senza rischiare d’affogare. Anche Guido ritorna al massino e si  tira all’asciutto. Ha preso paura anche lui a vedere Gianni che annaspava. Io invece faccio un po’ il gradasso nuotando a stile libero lontano dalla barca per far vedere  quanto sono bravo.
            -Torna in qua, bischeraccio,  ci sono le buche dei renaioli- mi strilla Guido dall’asciutto. Forse ha ragione lui. Anch’io nuoto indietro verso la barca e poi mi metto a secco sopra il massino.
            Siamo nudi tutti e tre  sotto il sole forte di fine maggio. Guido mi guarda e dice:
            -Non fare bischerate  con l’Arno. Se n’è visti di più furbi  affogati nelle buche. Se ti  acchiappa  il mulinello sopra la buca  ti porta  a fondo e  se  ti riportano a galla il giorno dopo sei fortunato!
            -Ma guarda che alla Rari ci facevano nuotare fin sotto il ponte di ferro- gli rispondo io. E’ vero anche questo, però per sicurezza venivano anche i grandi che fanno i campionati.
            -Si ma lì non ci sono le buche!-
            Anche su questo ha ragione lui. Dev’esser brutto sentirsi tirar giù dal gorgo dell’acqua sulla buca. Ma ai massini le buche dei renaioli non ci sono, perché’ sotto  è tutto sasso e non si può scavare. Invece  i renaioli  si mettono sempre con i barchetti proprio davanti a Trocilo.
            Io ci passo le  giornate a guardare i renaioli  quando è finita la scuola. Appoggiano la pala lunga contro il bordo del barchetto, la calano in basso e cominciano a oscillarla  avanti e indietro come se la volessero spaccare. E’ difficile tirar su la rena perché le pale  sono lunghe anche cinque metri. E quando hanno riempito la pala di rena  sul fondo della buca la tiran su piano piano verso il barchetto  per non  farsela portar via dall’acqua e  quando la pala arriva al bordo della barca la rovesciano con un colpo secco, prima a poppa e poi via via verso prora fino riempire di rena tutto il barchetto finche’ il bordo arriva  a  pelo d’acqua. D’inverno non lo potrebbero fare perché’ c’è troppa corrente. Allora lavorano nella stagione buona e  quando piove passano le giornate  a riempirsi la pancia di vino  all’osteria di via Aretina.
            Quando il barchetto è pieno ritornano a riva piano piano  spingendolo con la pertica e  dopo fanno un gran cumolo di sabbia sulla riva. La sera poi passano  la rena su una  rete fitta per levare i sassi tondi e lasciare la sabbia fine  per i muratori, che è buona per gli intonaci. Poi arrivano i barrocciai coi cavalli da tiro e  caricano tutto sui barrocci e  portano via la rena passando dal viuzzo. E per questo che il viuzzo è tutto pieno di buche e  di cacche di cavallo.
            Ai massini  invece sul fondo dell’Arno non c’è rena, ma  sassi tondi  coperti di borraccina verde e  pezzi  grandi  di  muratura e non si può scavare. Allora è meno pericoloso nuotare in quella zona perché’ non ci sono le buche dei renaioli.
            -E poi  nelle buche di  fronte a Trocilo  ci sono anche i serpenti- dice Guido guardando male l’acqua che scorre scura accanto a noi.
            -Ma che ti piglia, Guido, hai paura di tutto?-.
            -None,  me l ‘ha detto il mi’ fratello  Giorgio, che un giorno è venuto a fare il bagno in Arno e ha messo una mano sotto un ciottolo e  gli sembrava di aver sentito  un pesce e  allora ha cercato di acchiapparlo e di tirarlo fuori, ma invece d’un pesce  era un serpente e gli si è aggrovigliolato intorno al braccio e il serpente l’ha frustato  sulla faccia finche’ lui non l’ha portato a riva e l’ha sbatacchiato in terra.
            L’avevo sentita questa storia dei serpenti in Arno e  bisogna che non ci pensi quando nuoto  perché a fare il bagno nudo ho paura che il serpente  mi venga a mordere il cinci come nei quadri dell’inferno.
            -Guido, i serpenti nell’acqua mi fanno schifo  anche  a me. E poi non si vede nulla con l’acqua verde!
            Le  storie di serpenti ci hanno  fatto andar via la voglia di stare a guazza nell’Arno per il resto del pomeriggio. Meno male che siamo asciutti e che possiamo rivestirci e ritornare a  casa.
            Sì è fatto tardi  e sono arrivati i pescatori a riva vicino a Trocilo. Prima del tramonto arrivano sempre, perché’ i pesci non abboccano col sole alto e poi di giorno lavorano e non hanno tempo di stare  sull’Arno. E’ arrivato anche lo zio Cesare, che lavora alla Fiat fino alla cinque e alle sei viene a pescare. Ma fa finta di non vedermi perché lo sa che il babbo non vuole che vada all’Arno da solo.
            I pescatori stanno tutti in fila sulla riva  con la canna sull’acqua e aspettano. Bisogna stare zitti se no il pesce scappa. E poi i pescatori non sono dei chiacchieroni e vengono all’Arno per non stare a sentir cicalare le mogli. Quando abboccano i pesci è divertente, ma se la serata  butta male dopo un po’ a noi ragazzi ci viene a noia a stare zitti e a guardare i pescatori. Più giù sul fiume c’è invece uno che pesca colla rete a  bilancino. Quello  sì che è divertente perché  butta di continuo la bilancia nell’acqua e  qualcosa vien sempre a galla, a volte anche le anguille che si divincolano come serpenti e poi lui le mette arrotolate  in una zucca secca colorata di giallo e se le porta a casa per cena.
            Un giorno di anguille ne ha prese due con la canna anche lo zio Cesare e siccome erano grosse e non le voleva mangiare  subito le ha messe nella vasca da bagno e  la zia Amelia, che non sapeva nulla è andata a far pipì e s’emessa a strillare che c’eran due vipere nella tinozza.  E’ grulla la mia zia Amelia. Come se le vipere mordessero le donne sul  didietro quando si siedono per farla.
            Stasera invece quello della bilancia  non ha preso anguille, ma solo pescetti d’Arno. I pescetti fritti sono buoni e mi piacciono un sacco. Il pesce grande  invece  non mi va per via delle lische che ho paura che mi rimangano di traverso e che mi debbano portare  con l’ambulanza all’ospedalino Mayer a levar le lische dalla gola con le pinze di ferro. Neanche le anguille mi piacciono, perché’ mi ricordano le vipere. Noi li prendiamo a sassate i serpenti e dopo li spelliamo lasciando intera  la testa e  con la pelle si fa un rotolino come una trombetta arrotolata e poi  la si srotola  all’improvviso quando passa una donnina dal viuzzo e lei si  mette a strillare e ci manda a quel paese e noi si scoppia dalle risate. Quello  sì che è divertente.  Oppure si prendono le lucertole con un filo di avena con in cima il cappio e poi  si portano a spasso in terra come se fossero cani. E le donnine strillano perché’ hanno paura anche delle lucertole.  Però giocare coi serpenti e lucertole è una cosa, mangiarli un’altra. Io una anguilla non la mangerei neanche se stessi per morire di fame.
            A forza di stare a guardare i pescatori abbiamo fatto tardi e ci avviamo tutti quanti per il viuzzo. Se stiamo fuori troppo a lungo si insospettiscono a casa. Fello e Nando  a quest’ora  tiran dentro  le lenzuola dall’altra parte delle siepi di biancospino intorno al viuzzo. Dev’essere tardi perché’ le lavandaie hanno smesso di bacchiolare i panni dentro il trogolo di Fello e  son tornate a casa a far da cena ai mariti e si sente solo lo stridio delle rondini.
            -Domani ci vieni dietro al muro della villa?- Mi chiede Gianni mentre stiamo per arrivare a casa.
            -La Renata viene anche Lei?
            -No, le femmine non  ci vengon più.
            -Chi ci viene allora?
            -Tutti. Vieni anche te?
            -Boh, forse. Se non ho da fare!

            Quando arrivo a casa sono già tutti a mangiare in terrazza. Meno male che  il babbo stasera non c’è. I miei fratelli se lo immaginano che sono stato tutta la sera all’Arno, ma fanno finta di nulla. Mi sistemo sul mio seggiolino in mezzo alla cucina  a mangiare la insalata di salvastrella della mia amica Arduina  per conto mio. Agli altri di case non piace e dicono che è amara. In terrazza non c’è posto per tutti intorno alla tavola grande e  d’estate io mangio da solo in cucina. Non mi dispiace mangiare da solo. Ho avuto anche troppa compagnia tutto il pomeriggio. 

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