Adamo è nato da una costola di Eva. La mia nonna Annita

La nonna Annita

Oggi a colazione la nonna mi ha riempito un tazzone di latte e di caffè di cicoria e mi ha detto:
-Non andare per la strada coi ragazzacci,  rimani qui che ti insegno a cucire a macchina”.
 La nonna è simpatica e con lei ci sto volentieri. La macchina  da cucire è sotto la finestra di camera mia,  ha una  corda di cuoio lunga che passa dal pedale alla ruota per cucire e una scritta d’oro “Singer” sul blocco di metallo dove si muove l’ago. La nonna ha fatto la sarta da giovane e cuce tutta la roba di casa, anche se dice che non ha la passione per questo mestiere. D’insegnarmi a usare la macchina non me l’aveva mai proposto.
-Nonna, ma non è un mestiere da donne cucire?-
-E chi l’ha detto? Non ci sono solo le sarte a questo mondo! Anzi, i vestiti per uomini li fanno i sarti maschi. E poi bisogna saper far di tutto nella vita. Io da bambina aiutavo il babbo  Narciso a fare i riccioli dei capelli delle statue di marmo col trapano a mano a archetto. Io facevo il buco col trapano e lui poi con lo scalpello finiva il ricciolo.  Ti pare un mestiere da donne? E allora puoi anche imparare a usare la macchina da cucire....vieni che ti insegno a fare la bobina col filo.
La nonna passa  il filo  dal rocchetto alla bobina con pedalate veloci controllando la tensione con l’indice e  in un minuto avvolge una bella bobina di filoforte bianco. Mi provo anche  io, ma sbaglio la pedalata e il filo si arruffa subito. La nonna leva dalla macchina con pazienza la mia bobina arruffata  e per non sprecare il filo mi fa vedere come si fa con la bobina vuota.
Cucire a macchina è divertente. Quando ero piccina  mi misero a bottega da una sarta e mi facevan solo raccattar gli spilli e io morivo dalla  noia. Ci son voluti due anni perché si decidessero a farmi cucire a macchina. Ma allora mi divertivo! Proviamo insieme a imbastire questa fodera....
Il pedale ho quasi imparato a usarlo, bisogna dare un colpetto all’inizio  e poi muovere  i piedi su e giù alla stessa velocità.  Per cucire bisogna spingere la stoffa avanti piano e non perder di vista l’ago, così  i punti  della macchina disegnano sul tessuto una riga bianca sottile e regolare. E robusta più che a mano.
Hai visto che puoi imparare a diventare un sarto anche te! Ora attacca i bottoni... prima s’infila l’ago, bagnando di saliva  la cima  del filo  in modo  da farlo fine,  per passarlo nella cruna. Poi una volta infilato l’ago col filo a doppio si fa un nodino in fondo, in modo che il filo non scappi da una parte all’altra della stoffa, poi si passa col ditale l’ago nei buchi dei bottoni e quando il filo è per finire si fanno tre giri intono al bottone  e ci si passa l’ago di mezzo fino a sbucare di sotto. Alla fine si rompe il filo coi denti raso raso alla stoffa. Allora,  tutto bene?
La nonna sta riadattando per me  un vestito  vecchio del babbo. La stoffa è un po’ lisa, però non costa nulla. I pantaloni me li vuole fare corti.
-Perché non me li lasci lunghi come quelli del babbo?
-Tanto le gambe dei ragazzi non hanno giudizio. Il freddo non lo senton nemmeno.
 - Questo lo dici tu che porti le sottane con lo scaldino sotto! Qualcuno dei miei amici ce li ha lunghi i pantaloni d’inverno!
  -Ma io con un paio di pantaloni lunghi del babbo di pantaloni corti te ne faccio tre!!!
  Non c’è nulla da fare. I vestiti che mi fa la nonna sono orrendi, troppo lunghi  e troppo larghi. “A crescenza” come dice lei. Per cui sono importabili quando sono appena cuciti e troppo consumati quando sei cresciuto abbastanza da non ballarci dentro. Per fortuna sono vestiti male anche i miei compagni e nessuno ci guarda a queste cose  a Bellariva, a parte i Sandroni che si danno un monte d’arie perché i vestiti li comprano  già fatti. E  quando arrivo a casa con un sette  sui calzoni  perché son rimasto impigliato sul  filo spinato o  su qualche  siepe, la nonna strilla, ma strilla meno se si tratta  di un paio di  pantaloni rifatti. E’ abituata a risparmiare su tutto. I vestiti suoi devono essere dei tempi di dei Medici. D’inverno tiene una veste di lana  pesante col bavero marrone  con un sottanone largo che le arriva alle caviglie e   quando esce si mette  addosso uno scialle di lana  fatto coi ritagli della lana dei calzini.  I calzini di lana ce li fa sempre lei, ma è difficile soprattutto fare il calcagno  e ci vogliono quattro Lorenzo ferri da calza insieme e una grande pazienza,  perché ad ogni giro bisogna scalare di due maglie per fare la curva. Allora la nonna si mette da una parte e compita a voce bassa come se facesse le somme e non risponde mai a nessuno se no si confonde e deve ricominciare da capo. I calzini che ci fa lei  sono caldi e fanno comodo col freddo che c’è  in casa.
  D ’estate invece la nonna  si mette un vestitino nero di cotone  coi fiorellini bianchi che la fa sembrare ancora più secca e piccina. La nonna Annita è la più bassa di casa. Ai suoi tempi non avevano soldi per comprare  il mangiare buono e crescevano poco. A me mi fanno mangiare la carne due volte la settimana. La nonna  tra fare la spesa, le faccende e da mangiare è sempre a frullare come una trottola e allora è  magra  come un uscio. Però la forza non le manca, e quando si arrabbia mi dà un colpo sulla schiena col mestolo di legno e lo sento frizzare per tutto il giorno. Ma succede di rado.
  La nonna Annita ha i capelli lisci e la mattina quando si pettina si fa un crocchino sulla nuca e lo ferma con una forcina alla spagnola e poi non si pettina più per tutto il giorno. Siccome sta parecchio fuori all’aria aperta è sempre scura e sembra una squaw dei film con gli indiani. Ma qui  le vecchine sembran tutte delle vecchie squaw. Chissà, forse siamo imparentati  con gli Indiani  a Bellariva. O forse perché i vecchi diventano un po’ come alberi ricoperti di  cartapecora e muschio. La nonna lo dice a tutti che è brutta,  anche se aggiunge sempre “però sono una brutta che piace”. Io credo che siano vere tutte e due le cose,  e siccome è sveglia e simpatica, piace. Ma in fondo  che le nonne siano belle o  brutte  non interessa a nessuno.
   La nonna Annita è vedova  e il marito  si chiamava Luigi,  ma io non l’ho mai conosciuto, perché era un tipo delicato e morì prima che nascessi io. Quand’era giovane il nonno Luigi è andato alla guerra e dalla paura si è coperto di bolle e  l’hanno tenuto sempre in ospedale militare invece che in trincea. Dopo la guerra  era convinto che i fascisti ce l’avessero con lui perché era socialista e se la faceva sotto quando passavan sotto le finestre di casa cantare “Giovinezza”, specie dopo la bastonatura dello zio Cesare.  La nonna racconta che quando sentiva i fascisti per la strada gli ballava in bocca il sigaro come se avesse il palletico. Poi ha avuto una litigata per via di una tabacchiera d’argento,  che il suo cliente lo accusava di aver pesato male, e gli è venuto un colpettone. Con lui la nonna  non ha fatto un grande acquisto. Ma lei non s’è mai voluta risposare, anche se ogni tanto dice con civetteria che qualche buon partito l’aveva anche trovato. 
   -Nonna, perché qualche volta  non cuci qualcosa anche per te?
  -Tanto non fa differenza. Son brutta ora  e brutta  son sempre stata. Che vuoi che cambi vestito a fare! E poi non devo mica  conquistar nessuno!! Tutte le  mattine mi guardo allo specchio e mi dico: Annita, come sei diventata  brutta....
  In realtà la nonna tanto brutta da giovane non era, almeno a giudicare dalle fotografie   che ci sono in casa. Aveva un nasino  curvo alla fiorentina, però con gli occhi svegli.
 -Figurati che il nonno Luigi mi faceva la corte  passando sotto la finestra, ma io ero convinta che stesse dietro all’Amelia, perché  a Rifredi eran tutti innamorati di lei. Poi un giorno bussò alla porta di casa  e quando gli andai ad aprire mi disse: “volevo chiedere al suo babbo il permesso di fidanzarsi”. “Fidanzarsi con chi”- risposi io- “ Come con chi? Con Lei, naturalmente, se  fosse d’accordo?” “Io veramente la corte  credevo che la facesse  alla mia sorella Amelia!!!
-Ma tu perché gli hai detto di sì se non lo conoscevi nemmeno?            -           -Mah...era un bell’uomo e mi piaceva quando passeggiava avanti e dietro sotto la finestra di casa anche se pensavo che facesse la corte a un’altra. E quando m’ha detto che gli piacevo io, mi faceva piacere fare un dispetto alla mi’ sorella che quando s’andava a ballare ci aveva sempre il carne’ pieno di spasimanti che  volevano solo lei. Luigi, il maritino mio, era alto e  magro proprio come Luigi il tuo fratello e poi la domenica  ci aveva un vestito nero elegante col panciotto e il cravattino e il collo della camicia bianco duro inamidato. Insomma, era un tipo fine il mi’ Luigino. Faceva l’orefice  e cantava sempre le romanze. “Una furtiva lacrima” “La donna e’ mobile”....e tutte quelle d’una volta, che quando apro la radio mi sembra di sentirle ..... aveva  una bella voce  Luigi e era anche  gentile. Allora gli ho detto di si’. E non mi son mica pentita, era un brav’omo, anche se la sera mi piantava a casa per andare a bere un bicchiere all’osteria, perché in casa il vino non ce lo potevamo permettere. E io mi arrabbiavo a restare sola e gli facevo le scenate quando tornava a casa.  Però la Domenica mi portava a fare una passeggiata in centro a braccetto. Era delicato di salute Luigi e poi in casa c’è sempre  stata  una gran miseria. Ma mica per colpa sua. Prima faceva la roba d’oro, ma nessuno aveva quattrini per comprarla. Allora si mise a accomodare orologi e a lavorare con la filigrana e le tabacchiere d’argento. E siccome teneva un lavorante e in fondo al mese andava avanti e indietro per il corridoio come un pazzo furioso  perché non aveva i soldi per pagarlo, io che mi ero scocciata della stessa storia ogni ventisette che Dio comanda gli dissi: “Manda via il lavorante e piglia me! E così andai a bottega a fare l’orefice per il mio maritino e imparai a saldare i gemelli  e a fare le incisioni sull’argento col bulino. E mi piaceva come lavoro invece di stare in casa a sbadigliare o a  chiacchierare con la suocera tutto il giorno!
 -Ma come mai il nonno aveva  sempre paura di tutto?-
-Poverino, era fatto così.  Sarà stato per reazione a gli  omacci di casa sua. Aveva quattro fratelli maschi, tutta gente grossolana, fatta di muscolo e poco cervello. Anche la mi’ suocera era un tipaccio. Mi lasciò di nove mesi con le doglie sola in casa e mi toccò a partorire senza nessuno che mi aiutasse  e non sapevo dove appoggiarli i figlioli appena fatti, che erano gemelli e mi moriron tutti e due. Da una parte meglio, perché con la miseria che ci si rigirava in casa ci mancavan proprio due gemelli da campare.  Ma  lei no, non l’ho  mai perdonata. Luigi  il mio maritino invece era un artista e  a parte cantare gli piaceva anche  recitare alla Società di Mutuo Soccorso e faceva sempre le parti serie da Doge, da  mercante, insomma da persona importante.... ma nella vita  gli faceva impressione proprio tutto, come Giovannin senza paura, che aveva tanto coraggio, ma la prima volta che vide la sua ombra sul muro morì di spavento.
   La nonna ha sempre avuto sfortuna con gli uomini. Il suo babbo che era bravo e ricco  e faceva lo scultore, ma e’ morto di tifo che lei era ancora bambina e lei è rimasta a arrangiarsi da sola mentre i  fratelli son  finiti in orfanotrofio. Poi gli  è morto il marito giovane. Allora lei dopo si è sistemata  alla Manetti e Roberts a fare l’operaia e ha tirato avanti lavorando al borotalco e ha mantenuto  la famiglia da sola. Ora invece in casa nostra  lavora la mamma e la nonna sta dietro alla casa al posto suo.
   La nonna ha fatto solo la terza come lo zio Cesare. Mi piace sentirle raccontare la storia della sua scuola.
   -Nonna, perché  hai smesso di studiare in terza?
  -E’ andata così.  Quand’ero in terza una volta uscìi di classe e mi misi a  giro per la scuola, perché avevo un bel vestito coi nastri rossi alle maniche. Allora, proprio quando stavo salendo le scale con la  manica rossa con i fiocchi sul corrimano, mi  vide la maestra di quarta  e siccome sculettavo a destra e a manca mi  disse ”Vai vai che l’anno prossimo ti  pettino io”. E io le risposi ” No, no... Lei non mi pettina proprio per nulla perché l’anno prossimo io vado a lavorare invece di venire a scuola”. E così’ andai nella bottega della sarta a raccattare spilli.       
A quei tempi dovevano esser buone le scuole, perché la nonna parla  come un libro stampato. Noi in casa la prendiamo in giro perché ha sempre un proverbio o una poesia pronta per ogni cosa.  Per esempio  recita sempre questa poesia :
            “eran sette a bere un uovo
             ma alla vecchia lì’ sull’uscio
             gli toccò a leccare il guscio”
Però lei lascia ai nipoti  i bocconi migliori e dice che  è una cuccagna qualunque cosa ci sia in tavola  e quando ha un pezzo di pane e un po’ di sugo  fa la faccia contenta e perché “meglio fregar qui che dietro il Duomo,” che  poi sarebbe il posto dove  ai tempi suoi  tenevano i cavalli e le carrozze. E quando ha ripulito tutto il piatto con la mollica  aggiunge “cuor contento Iddio l'aiuta”.
            
E infatti la nonna sembra contenta, non si lamenta mai e non butta  via nulla, “perché nella vita non si sa mai che succede e magari domani si sta peggio di ora” e ci fa raccattare le croste di pane sulla tovaglia quando abbiamo finito di mangiare e ha un milione di sacchettini dove sistema tutta la roba che arriva in casa per riadoperarla, pezzi di lana, nastrini , spaghi, carta e cartone, qualunque cosa. Io la prendo in giro e dico che mi sembra un robivecchi, ma lei risponde, “sciupare è peccato” e che “se butti via un minuzzolo di pane, in purgatorio lo dovrai cercare al  buio  rischiarandosi la strada con un mignolo acceso per candela”.
Chissà se è vero.....






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